Ma tra Covid e Brexit il fronte inglese è sempre più scoperto

Vorremmo qui fornire un’ottica in qualche modo diversa da quella che ad oggi va un po’ per la maggiore rispetto alle implicazioni della BREXIT, tendenzialmente abbastanza catastrofiste, e ciò sia per UK che per l’Europa Continentale. Dublino, Amsterdam e Lussemburgo in testa, sono favorevoli a concedere spazio alla Gran Bretagna sul dibattuto tema della distribuzione internazionale dei servizi finanziari. Dall’altra parte, Berlino e Parigi mantengono una posizione più intransigente. Australia, Nuova Zelanda e i Paesi del Golfo sono tutti alla stessa stregua fortemente interessati a intraprendere accordi commerciali con gli UK. Venendo alle opportunità per l’Europa Continentale ed iniziando dal considerare cosa possa significare per Milano questa rinnovata visione multilaterale del futuro approccio al commercio internazionale da parte di Londra, a nostro avviso queste sono molteplici. E non ci riferiamo tanto al trasferimento in Italia di personale ad oggi basato in UK, con conseguente ampliamento e rafforzamento delle succursali italiane delle imprese anglosassoni (si stimano circa 1.500 nuovi posti di lavoro nei soli settori dell’investment banking e dell’asset management). Bensì ad opportunità “indirette” specie in riferimento al listing delle società del FTSE 100, con le quali si è iniziato a ragionare su un dual listing su Milano, borsa controllata dal London Stock Exchange, che guadagnerebbe così due volte dalla quotazione delle società in questione, consentendo al contempo a queste ultime di continuare ad accedere ai meccanismi di liquidazione EU e di permanere nei panieri degli investitori (fondi in primis) nella categoria delle società con azioni ammesse alla negoziazione in un mercato regolamentato dell’Unione Europea.

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Eccessive le diffuse attese catastrofiste sugli effetti per l’economia britannica

Con ciò senza trascurare l’impatto dell’annunciata e su menzionata crescita dimensionale delle succursali a Milano delle grandi banche d’affari. Si pensi a Goldman Sachs, che ha intenzione di aumentare gli headcount da 20 a 100, ed analogamente a JP Morgan, che sta muovendo personale da Londra, ma anche ad altri che si stanno silenziosamente riposizionando su Milano, in particolare medi e grandi gestori internazionali. Le motivazioni non sono legate solo alla BREXIT.  In molti casi anzi queste sono connesse alla condizione posta con sempre maggiore frequenza da fondi pensione e casse di previdenza italiane che gli intermediari interessati a partecipare alle gare per l’assegnazione di mandati di gestione abbiano una presenza in Italia.  E il punteggio assegnato varia anche in funzione della tipologia di presenza, dove un representative office prende un punteggio minimo, mentre già una branch consente di ottenere (sotto questo aspetto) un punteggio maggiore. La BREXIT tuttavia torna in gioco anche ai fini in questione in quanto per regolamentazione di settore il soggetto affidatario del mandato deve essere basato nella UE (anzi, in taluni casi tale pre-condizione è richiesta anche in relazione al soggetto eventualmente sub-delegato alla gestione). Dunque, in conclusione, riteniamo che si debba sempre più prendere atto, ad ogni livello politico ed istituzionale, del fatto che la BREXIT possa rappresentare una grande occasione per UK, in termini di riposizionamento sul piano internazionale come centro finanziario aperto ai mercati extra-UE, ed una altrettanto grande occasione per l’Europa Continentale, che potrà contare sul rientro nel Continente di capitale umano e di importanti volumi di masse gestite.

* Partner Simmons & Simmons