Fa caldo, c’è l’anticiclone come in piena estate, ad Aosta per il 31 dicembre sono previsti 19 gradi. E la pandemia imperversa: 126mila nuovi contagiati in un solo giorno, con l’effetto combinato delle varianti Omicron e Delta che mette in allarme Roma così come Bruxelles e Ginevra, sponda Oms. Due notizie di fine anno che non comunicano tra loro. Relegate in compartimenti stagni separati e distinti, alle voci Crisi climatica e Pandemia, un po’ come le notizie sul calcio e quelle sulla politica. D’altra parte è stato l’anno della Cop26, ma a Glasgow di Covid si è parlato più che altro a proposito delle regole di sicurezza da seguire per i partecipanti. Tutto un bla, bla, bla, ha accusato la pasionaria Greta Thunberg: ma la pandemia è rimasta fuori dai discorsi di politici e politicanti.
Pandemie effetto dell’atteggiamento predatorio dell’uomo verso l’ambiente
Sulla base di cosa? Delle evidenze scientifiche, di cui purtroppo non importa nulla a nessuno. Come ha ricordato Mario Tozzi, diversi studi pubblicati su riviste scientifiche, cioè scientifici, dimostrano il legame tra le ultime dieci pandemie, inclusa quella da Covid-19, e quello che il geologo definisce atteggiamento predatorio dell’uomo verso l’ambiente. La deforestazione, in particolare, altera l’equilibrio millenario che c’è nelle foreste primarie abitate da organismi portatori di germi patogeni, togliendo spazio agli abitanti della foresta che sono naturalmente portatori di virus e di batteri, soprattutto i pipistrelli. Questo provoca il salto di specie con il tramite di specie quali il pangolino cinese, o quello malese, o le scimmie o altri animali che hanno fatto da intermediari per il passaggio all’uomo. La scienza insomma indica che il Covid-19 è una zoonosi, una malattia trasmessa all’uomo dagli animali, così come le pandemie precedenti, e questo indipendentemente dal ruolo comunque pericoloso dei wet market asiatici, dove si macellano sul posto animali anche protetti. Certo esiste anche una teoria secondo la quale il virus sarebbe stato costruito nei famigerati laboratori di Wuhan. Ma come ha precisato lo stesso Tozzi, non si tratta di una teoria con un fondamento scientifico, e per questo i tentativi di pubblicarla su riviste scientifiche sono falliti.
Scienza inascoltata sugli effetti dei cambiamenti climatici
Crisi climatica e pandemia sono dunque figlie della stessa madre: la devastazione dell’ambiente da parte dell’uomo, con un ruolo rafforzato della distruzione delle foreste primarie nel caso delle pandemie. Questo è quel che dice la scienza, che resta però del tutto inascoltata, così come quando lancia grida d’allarme sempre più accorate sui pochi anni che abbiamo ancora a disposizione per invertire la rotta del riscaldamento globale. Come ha affermato il climatologo Luca Mercalli, con un innalzamento della temperatura oltre i due gradi Venezia sarebbe del tutto inabitabile, e il delta del Po completamente sommerso. Centinaia di migliaia di persone dovrebbero lasciare le loro case. Anche questo dice la scienza, nella sostanziale indifferenza generale, come rimarca Mercalli, frustrato dagli sforzi profusi e dai libri scritti senza che cambiasse nulla.
Se almeno fosse passata nell’immaginario collettivo oltre che nella visione dei grandi della Terra la visione scientifica secondo la quale la pandemia non è altro che l’ultima conseguenza di quello che stiamo facendo al pianeta, una nuova potente sirena d’allarme sarebbe suonata per spingere con più forza verso decisioni coraggiose in materia ambientale. Invece, niente. Nei dibattiti di Cop26 non c’è traccia di questo. La stessa Greta ha perso un’occasione d’oro: incalzare i governi facendosi forte delle evidenze scientifiche secondo le quali pandemia e crisi climatiche hanno, in ultima analisi, le stesse cause di fondo. E, quel che più conta per Economy che ne segue con attenzione lo svilupparsi tra passi avanti e arretramenti, la nascente economia sostenibile e circolare avrebbe avuto un altro, potente carburante nel motore. Stiamo facendo finta di non sapere che con Omicron ci è andata bene, ma se non ci decidiamo a vaccinare i paesi del Terzo mondo prima o poi nascerà una variante molto più cattiva, perché con buona pace dei no vax la scienza dimostra che le varianti si sviluppano dove il virus circola più liberamente, cioè quelli con pochi vaccinati. Allo stesso modo, se facciamo finta di non capire il nesso tra devastazione ambientale e pandemie, è facile prevedere, come è già stato autorevolmente fatto, che nuove pandemie ci attendono. Speriamo non ci voglia tanto per fermare i danni inenarrabili arrecati alle foreste vergini amazzoniche dalle scellerate politiche di Bolsonaro.
















