Ripeteva Berlusconi ai suoi venditori che «l’immagine è quella cosa che quando ce l’hai puoi fare quello che vuoi». E il governo Draghi ha un’ottima immagine: onore al merito. Dovuta alle competenze e al prestigio del premier e della maggior parte dei ministri. Punto.

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L’anomalia oggi virtuosa ma necessariamente (e sanamente, dal punto di vista della democrazia) transitoria, è che questo governo agisce in sospensione della politica. Vale ancora la metafora di Renzi: è come se nel gran premio tra i disastrati partiti italiani, il Covid e Mattarella avessero imposto l’ingresso in pista della safety-car Draghi, che ha obbligato tutti a rallentare e a mettersi a girare a mezzo gas, ordinatamente.

In questo contesto, sono stati conseguiti molti risultati importanti, soprattutto nelle relazioni internazionali e nei rapporti burocratici con l’Europa. Il frutto preziosissimo di quest’attività è stato il Pnrr. Peraltro condiviso con il governo Conte, che per primo lo negoziò. Ma è un frutto virtuale, ancora tutto da mettere a terra. E il sistema Italia ha cominciato malissimo, nel farlo. L’Ufficio parlamentare del bilancio si è incaricato di rendere noto che nel corso del 2021 la spesa effettiva effettuata grazie ai fondi del Pnrr è stata di 5,1 miliardi, pari al 37,2% dell’obiettivo.

Di chi è la colpa? Domanda sbagliata. La domanda giusta sarebbe: “di chi non è la colpa?”. La colpa è di tutti noi che, in un modo o nell’altro, abbiamo ridotto il Paese a quell’informe ammasso di amministrazioni inefficienti che oggi è, e che le riforme a medio-lungo termine varate o in gestazione da parte del governo-safety-car non curano o curano male. Se una responsabilità a Draghi & C. può essere addebitata è infatti proprio quella di aver comunicato in modo evasivo sulle magagne del sistema, quasi per non suscitare polemiche inutili. Comprensibile, ai fini della convivenza dell’esecutivo con la sua maggioranza-Brancaleone. Pericoloso, ai fini del governo della realtà.

Ci vuole realismo, invece. E lo strumento da usare è proprio il Pnrr. C’è da rispondere alla crisi energetica, al ritorno dell’inflazione, alla frenata della Bce nel suo sostegno al debito pubbico, alla scarsità di materie prime. Ma soprattutto c’è stata la guerra, che se pure  terminasse domani (speriamo) ha già profondamente segnato l’economia europea per i prossimi due, tre anni, a dir poco. Aprendo oltretutto due nuove fornaci che bruceranno denaro pubblico: quella del riarmo e la rocambolesca accelerazione della transizione energetica.

E dunque c’è bisogno di un bagno di realtà. Il Pnrr va riscritto, anche se non stravolto, per adeguare i capitoli di spesa alle nuove voci di costo e rivalutare le ripartizioni in base alle nuove esigenze emerse. E nella comunicazione su ciò che ci attende, sulle sfide che l’Italia ha davanti a sé, non guasterebbero toni più crudi e meno rassicuranti, per impedire alle campagne elettorali di fatto già iniziate di riprendere, come fu nel 2018, a millantare scenari assurdi di eliminazione della povertà, pensioni-baby, meno tasse per tutti eccetera. Draghi è stato bravo, ma non è il Padreterno. L’Italia l’ha curata bene, o benino, ma non l’ha guarita da tutte le sue malattie, almeno non da quelle croniche. E chi dopo di lui avrà da gestire in Pnrr sappia che è l’unica occasione per giovare al Paese, oggi più di un anno fa: ma bisogna usarla al meglio, cambiandolo nei tanti aspetti che richiedono cambiamento.