Basket bond: CDP, MCC e Sella lanciano un piano da 100 milioni

Si chiamano bond, mini-bond. E come l’agente segreto lavorano per il proprio Paese, in incognito. Perché pochi li conoscono. Sono i titoli di debito introdotti nel 2012 dal Decreto Sviluppo emessi dalle imprese (società di capitali o cooperative, ma non una banca, un’assicurazione, una Sim o una Sgr) e sottoscritti da investitori professionali e qualificati. Una delle opzioni di finanziamento delle Pmi che offrono ai sottoscrittori una remunerazione contrattualmente stabilita attraverso il pagamento di cedole. Il valore di emissione non può superare i 500 milioni di euro e il titolo non dev’essere quotato su un mercato borsistico regolamentato aperto a investitori retail. Tanto per dare i numeri (quelli dell’Osservatorio del Politecnico di Milano) le emissioni di sono state 110 nel 2016, 170 lo scorso anno e 76 nei primi sei mesi del 2018. Poca roba, direte voi. E forse avete anche ragione, se consideriamo che dal novembre 2012 al 30 giugno 2018 le imprese emittenti sono state in tutto 383. Che però con questo sistema si sono messe in tasca (nel senso che hanno raccolto) qualcosa come 18,3 miliardi di euro. Non esattamente bruscolini.

Mini solo nel nome

«Chi si attendeva un rapido declino dell’industria dei mini-bond in Italia sarà deluso», commenta Giancarlo Giudici, professore associato di Finanza aziendale al Politecnico di Milano, nonché direttore scientifico dell’Osservatorio mini-bond: «È un’industria che cresce linearmente, senza tanti clamori, ma anche senza cedimenti». L’Italia rappresenta uno dei punti di riferimento nel mercato dei mini- bond in Europa sia in termini di volume delle emissioni che di numero di aziende coinvolte. Solo l’anno scorso sono state ben 105 le imprese italiane, in gran parte piccole  e medie, che per la prima volta hanno raccolto capitale di debito attraverso il mercato mobiliare con emissioni inferiori a 500 milioni di euro,  un’opportunità che fino a qualche anno fa era appannaggio praticamente esclusivo delle grandi imprese e delle società quotate in Borsa.

L’Italia è il mercato di riferimento in europa di questo titolo di debito, sia per i volumi che per il numero delle aziende coinvolte

La raccolta totale effettuata in tutto il 2017 attraverso i mini-bond è stata di 5,5 miliardi di euro, di cui quasi 1,4 verso le Pmi. Il database dell’Osservatorio ha contato alla fine dello scorso anno 467 emissioni (di cui 398 sotto i 50 milioni) effettuate da 326 imprese, di cui circa la metà classificabili come Pmi. E quest’anno il trend prosegue. Giancarlo Giudici anticipa a Economy i dati del primo semestre 2018: «Sono state 76 le emissioni, di cui 54 sotto i 50 milioni di euro, per un controvalore complessivo di 1,443 milioni (di cui il 26% hanno avuto un importo inferiore ai 50 milioni euro). Le imprese emittenti sono state 57 (48 con emissioni sotto 50 milioni euro, di cui 35 per la prima volta) con una cedola media 5,3% e scadenza media a 5,4 anni». Cedola e scadenze in leggero aumento rispetto al 2017, quando mediamente erano del 5% per 4,9 anni. Molti titoli (275 su 467 emessi dal 2012 a tutto il 2017) sono stati quotati su ExtraMOT PRO, ma nel 2017 è aumentata decisamente la percentuale dei mini-bond unlisted (42%). E 47 emissioni sono state quotate su listini esteri (in Germania, Irlanda, Austria e Lussemburgo).

L’alternativa alle banche

Finanziare la crescita interna dell’azienda nel caso delle imprese piccole e medie, ristrutturare le passività dell’impresa per quelle più grandi, ma anche perseguire strategie di crescita esterna tramite acquisizioni, alimentare il ciclo di cassa del capitale circolante: dietro alla scelta di ricorre ai mini-bond ci sono ragioni diverse. O forse una sola: fare il pieno di carburante. «Non è che il costo dei mini-bond sia competitivo rispetto alle banche, tra costi diretti e indiretti: le imprese vanno a cercare questo tipo di strumenti di finanziamento perché il credito bancarie non è disponibile», sottolinea Giudici. Perché destreggiarsi tra advisor per business plan e information memorandum, legali per la compliance, arranger per il collocamento, società di rating per i giudizi sulla solvibilità, banche agenti e banche depositarie non è certo una passeggiata, per un’azienda di dimensioni modeste. «La chiave è la disintermediazione del canale bancario: avere più fornitori anche per quanto riguarda il debito», spiega Simone Brugnera, Responsabile Area Minibond di Banca Finint, che fin dall’inizio si è posizionato come uno dei principali player che hanno contribuito a creare il mercato dei mini-bond in Italia, con 90 emissioni per un valore complessivo di circa 785 milioni di euro, due fondi dedicati al private debt (gestiti da Finint Investments Sgr) per 300 milioni di masse in gestione e programmi di structured debt (Viveracqua ed Elite Basket Bond). «Quando sono nati i minibond si cercava di canalizzare il risparmio previdenziale e delle assicurazioni nelle Pmi, perché c’era una forte crisi di liquidità. Poi c’è stata l’inondazione di liquidità da parte della Bce. Ma nel frattempo il mercato dei mini-bond, che di mini hanno solo il nome, ha iniziato a crescere. E continua a farlo, costantemente, in un regime di competizione pazzesco con le banche, che a un certo punto si sono messe a fare impieghi in perdita. Ora, tra stop al quatitative easing, Npl, istituti che chiudono, gli imprenditori non possono assolutamente permettersi di affidare la propria crescita affidandosi solo al supporto del mercato bancario». Anche perché quando si parla di mini-bond, ricorda Brugnera, «si parla di durata medio-lunga del debito, di tasso fisso, di operazioni unsecured senza garanzia, di nessuna segnalazione in centrale rischi, di nessun costo indiretto per apertura di conti correnti». Tutti ottimi motivi per scegliere il mini-bond. «Abbiamo aziende, come la GPI (che si occupa di tecnologia per la sanità, ndr) che hanno iniziato a pagare cedole del 5,5% nel 2013 per arrivare al 3% con l’ultima emissione da 20 milioni di euro un anno fa e ora sta per quotarsi in Borsa».

Uno strumento adottato in particolare da pmi non finanziarie del comparto manufatturiero, con fatturato dai 10 ai 500 milioni

Per tutti i gusti

L’identikit tracciato dall’Osservatorio Minibond del Politecnico di Milano parla di Pmi non finanziarie, in gran parte Spa (le Srl sono state il 19% nel 2017), alcune delle quali (33, per la precisione) già quotate. Il fatturato? Dai 10 (ma anche meno) ai 500 milioni di euro. Le dimensioni non contano: conta invece il comparto. Perché il solo manifatturiero copre quasi la metà (il 44%) dei settori di attività delle emittenti. Il resto? Dal commercio alle utilities, dai servizi all’immobiliare, dall’informatica alle costruzioni. La Cristiano di Thiene, licenziataria del marchio Aeronautica Militare, per esempio, grazie agli 1,1 milioni raccolti con le due emissioni di dicembre 2016 e settembre 2017 finanzierà lo sviluppo della sua rete, che già conta 40 punti monomarca e un migliaio multimarca. La Tmci Padovan di Vittorio Veneto, che realizza impianti dedicati al trattamento dei fluidi nel settore alimentare, ha lanciato un progetto in collaborazione con tre università sul tema della fabbrica digitale, finanziato anche con l’emissione di un mini-bond da tre milioni. Ma coi mini-bond si finanziano anche le infrastrutture: coi 6 milioni di euro raccolti, Paganella 2001, la principale società di gestione del comprensorio sciistico dell’altopiano trentino, sostituirà la vecchia seggiovia Malga Zambana-Selletta, ormai a fine vita tecnica, con la nuova telecabina Dosson-Selletta fra i versanti di Andalo e di Fai. E per qualche azienda il mini-bond è diventato un canale privilegiato di finanziamento: la Boni di Ivrea (To), che dal 1978 opera nell’integrated facility management, aulica definizione dei servizi di pulizia, facchinaggio, portierato, impiantistica e gestione del verde, per esempio, a dicembre 2017 ha emesso il suo quarto short term (da un milione) e il primo medio termine a 5 anni, importo della prima tranche da 2,5 milioni. Secondo il management, in termini di onerosità del prestito il costo non è molto diverso rispetto al credito bancario, ma l’impresa si è avvicinata al mercato dei capitali e a ha cominciato a comprenderlo. «Il mini-bond rappresenta un’opportunità per le imprese di sperimentare cosa vuol dire interfacciarsi con investitori professionali e quindi acquisire competenze utili per operazioni più complesse, come il private equity o la quotazione in Borsa», commenta il direttore dell’Osservatorio del Politecnico di Milano, Giancarlo Giudici.

Non sempre rose e fiori

Non tutto fila sempre per il verso giusto. Il rischio c’è. Il primo default nella storia dei mini-bond è stato quello di Grafiche Mazzucchelli, che nel 2013 aveva raccolto 2,8 milioni di euro offrendo una cedola dell’8%, poi c’è stata Moviemax Media Group, fallita nel 2015 con buona pace di chi ha investito 2,6 milioni di euro puntando a quell’8% di remunerazione. Poi c’è il caso di Waste Italia, che due anni fa, per mancanza di cassa, non è stata in grado di liquidare la cedola del 10,5% promessa ai sottoscrittori del suo mini-bond da 129,9 milioni di euro. Più recentemente, il 23 dicembre 2017, il Tribunale di Lecco ha sancito il fallimento di Filca. E chi contava su quel 6% di cedola promessa dal mini-bond da 16 milioni di euro collocato nel 2013 rimarrà a bocca asciutta. Ad aprile l’abruzzese Giplast Group SpA, partecipata dal fondo di private equity Vertis Capital, ha presentato domanda di concordato. Nel 2016 Giplast Group aveva quotato su ExtraMOT PRO un mini-bond da 4 milioni, la cui cedola prevista per aprile 2017 non è stata liquidata entro la scadenza dovuta. Peraltro, i sottoscrittori del mini-bond sono creditori privilegiati attraverso un pegno sul magazzino. Poi ci sono la Sea di Trento (bond da 3 milioni sottoscritto nel 2014 dal fondo Euregio Minibond), ammessa nel 2017 al concordato preventivo, la padovana D’Amante, che il 22 dicembre 2017 ha presentato domanda di concordato in continuità (aveva collocato un mini-bond short term da 300mila euro con scadenza 20 dicembre 2017) e i ritardi di pagamento delle cedole di Sudcommerci e Building Energy. «Le insolvenze rischiano di uccidere il mercato, perché si tratta di strumenti in mano a piccoli investitori, ma comunque la cedola media è commisurata al rischio», sottolinea Giancarlo Giudici. Anche – o forse soprattutto – per questo a investire nei
mini-bond possono essere solo gli investitori professionali e qualificati, che sanno quello che fanno, come i fondi chiusi di private debt, inclusi quelli stranieri, che ormai detengono un quarto dei titoli collocati. «E comunque se gli investitori retail sono interessati a questa asset class, meglio che vi accedano attraversi strumenti come i fondi e la cartolarizzazioni», conslude Giudici.

IL MINI-BOND DI GRUPPO

Se l’unione fa la forza, il bond collettivo fa il credit enhanchement. Almeno se le emittenti costituiscono in forma solidale un fondo comune a copertura parziale di eventuali insolvenze. Lo hanno fatto Damiano, Irritec, L. Molteni & C. dei F.lli Alitti, Mep Spa, Objectway Group, Officine Metallurgiche G. Cornaglia, Peuterey, Radio Dimensione Suono, Svas Biosana e Tecnocap, dieci aziende che in comune hanno solo l’appartenenza a Elite (la piattaforma progettata da Borsa Italiana nel 2012 con Confindustria e il ministero dell’Economia e delle Finanze per aiutare le Pmi a realizzare i loro progetti di crescita). Il 12 dicembre 2017 hanno emesso contestualmente mini-bond callable (quindi rimborsabile anzitempo) di durata decennale per un ammontare complessivo di 122 milioni di euro, con cedola 4,3% e rimborso amortising. Un Special Purpose Vehicle di diritto italiano, Ebb, ha sottoscritto tutti i titoli, cartolizzando e collocando quindi a sua volta delle asset backed securities. Hanno investito nell’operazione la Banca Europea degli Investimenti e la Cassa Depositi e Prestiti, sottoscrivendo rispettivamente il 50% e il 33% del collocamento. La parte rimanente è stata sottoscritta da investitori privati. Le risorse che le dieci aziende hanno accantonato per il credit enhanchement, pari al 15% della raccolta, torneranno nella loro disponibilità solo se tutto andrà bene. Tutta l’operazione dell’Elite Basket Bond è stata ideata, strutturata e condotta da Banca Finint. «Il sistema del cuscinetto di garanzie di forma mutualistica porta le aziende a fidarsi di se stessi e dei propri compagni di viaggio», commenta Alberto Nobili (nella foto), Head of international operations, Emea division di Fisg (Gruppo Banca Finint). «È un processo di education di imprenditori ambiziosi, con piani che guardano spesso a una quotazione Aim, accomunati dallo stesso spirito di guardare oltre al proprio orticello per arrivare a investitori che altrimenti non potrebbero raggiungere». A detta del manager, l’Elite basket bond ha scatenato la competizione tra finanziatori: «Le banche hanno offerto condizioni ancora più vantaggiose a questi clienti, che hanno dimostrato di poter fare funding attraverso risorse reperibili addirittura in canali sovrannazionali, come la Bei, difficilmente sollecitabili individualmente». Borsa Italiana ha già in programma di replicare l’operazione con altre due emissioni. Che faranno felici anche altri soggetti: «Dopo la chiusura della prima operazione di Basket bond c’è stato il forte interesse anche da parte di imprenditori di rischio junior, intenzionati a sostituire il sistema mutualistico di credit enanchement. È  un futuro filone che può incastrarsi nell’impianto ormai rodato, con la partecipazione di terzi imprenditori di rischio che hanno interesse a livello remunerativo».