Il rapporto di 4.Manager che illustriamo in questo numero e che, tra le altre cose, illumina il grado di managerializzazione delle imprese del Sud rivela impietosamente  anche su questo fronte un gap con il resto del Paese che si riduce ma non accenna a chiudersi. Più che proporzionale alla minor densità demografica delle imprese.

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L’associazione creata da Confindustria e Federmanager per “progettare e realizzare iniziative ad alto valore aggiunto per la crescita complessiva sia dei manager industriali che degli imprenditori” non fa sconti sul Sud, ma ciò purtroppo non toglie che tutto il sistema imprenditoriale italiano sia “sotto-managerializzato”, rispetto ad alcuni Paesi concorrenti. Varie le cause: possessività degli imprenditori, forse; ma anche incidenza dei costi del lavoro dirigenziale (e non) su bilanci a volte piccoli, gracili.

Nel 2015 sono stati introdotti nell’ordinamento delle forme di incentivo economico per le imprese che ingaggiassero degli export manager: i cosiddetti “voucher per l’internazionalizzazione” poi riproposti nel 2017 e in forme varie fino al 2022, e quasi contemporaneamente il voucher per l’innovazion manager. Ne hanno fatto uso oltre 10 mila imprese, anche se un dato consolidato univoco non risulta pubblicato. Di sicuro sono stati utili. Ma hanno anche sofferto una notevole confusione gestionale perché si sono moltiplicate, anche da parte di altri attori come le Regioni, varie iniziative analoghe che, se pure sono state a loro volta utili a molti, nell’insieme definiscono un quadro di competizione burocratica nell’indistinzione comunicativa. Per cui il primo problema dell’impresa è informarsi e capire cosa chiedere a chi.

Oggi il Sud è tornato al centro della politica economica del governo (anzi “dei” governi, se si considera che il 40% delle risorse del Pnrr, pur in ritardo di erogazione, è stato destinato proprio al Sud dal governo Draghi e confermato dall’attuale). Incrociando i dati di un gap, manageriale ma non solo (ci fosse solo quello!) la domanda strategica su “come sostenere” il Mezzogiorno andrebbe riformulata. Nel segno del partire dalle risorse umane e dalla loro formazione per promuovere crescita e sviluppo.

Ma anche il gender gap – si legga la coverstory di questo numero – è un problema che può essere fronteggiato o almeno attenuato con un uso sapiente degli incentivi per la certificazione, che in questo momento vengono erogati in modo un po’ estemporaneo e disorganico da alcune camere di commercio e soprattutto dalle Regioni Puglia e Lombardia. Ben venga l’estemporaneità, se l’alternativa è il nulla; ma anche in questo caso l’impressione è che l’accavallamento delle sedi e dei livelli decisionali, le diverse e concorrenti burocrazie e comunque la penuria di fondi, danneggi una linea coerente e compatta di sostegni mirati all’evoluzione della cultura d’impresa e della competitività.

E qui si finisce fatalmente all’auspicato riordino degli incentivi, tutti. Come le tax expenditure (cioè gli sgravi fiscali a pioggia che pochi conoscono e pochissimi usano) finite nel mirino della delega fiscale del governo Meloni che nominalmente cubano tanti soldi e ne vincolano quindi molti in bilancio, salvo poi essere usate male, meno del possibile, e percepite poco o niente.

In effetti tutti gli incentivi economici pubblici all’economia richiederebbero, insieme, una razionalizzazione e un “tagliando” che riuscisse ad adattarli ai tempi.

La politica economica uno stato liberale la pilota soprattutto con gli incentivi, incrociando peraltro quelli nazionali con quelli europei che ne sono in qualche modo la premessa e spesso la fonte primaria. Viviamo tempi in cui le competenze e la formazione hanno riaffermato la loro centralità nel sistema, senza se e senza ma. Soprattutto al Sud ma non solo. Tra le tantissime cose che il governo non ha avuto tempo di fare, tra le tante che i partiti della coalizione hanno promesso in campagna elettorale e non hanno trovato i soldi per fare, un riordino degli incentivi dovrebbe avere priorità e potrebbe autofinanziarsi e funzionare meglio rispetto all’economia reale del Paese.

Parafrasando la formula di Mario Draghi sul “debito buono”, quello che si contrae per investire, e quello “cattivo”, che si fa per dissipare soldi, anche gli incentivi sono da considerare di almeno due tipologie. Quelli a sostegno della managerializzazione, della digitalizzazione, dell’internazionalizzazione e – in generale – del Sud che intraprende dovrebbero avere una corsia preferenziale. Accadrà? Giusto sperarlo, doveroso reclamarlo, lecito dubitarne.