Ma tagliare la spesa pubblica no, eh?

Al momento in cui Economy viene chiuso in tipografia le grida dalla savana della legge di Bilancio sono intonate a giubilo. La pace con l’Europa sembra fatta grazie alla riduzione dal 2,4% al 2,04% del rapporto deficit/pil (anche solo immaginarsi la precisione di un centesimo di punto decimale fa ridere, ma tant’è). Poi il solito Moscovici ha guastato la festa bofonchiando che «così non basta», ma insomma: è abbastanza chiaro che nemmeno a Bruxelles conviene farcela, questa procedura d’infrazione. E quindi…

Quindi un corno. Bisogna, sì, dare atto al governo gialloverde di aver fatto il massimo del (poco) possibile per mantenere la montagna di promesse fatte in campagna elettorale. Bisogna anche dargli atto che le istanze sociali che si è ritenuto di accogliere con alcune di queste misure non sono né indegne, contrariamente a quanto blatera ciò che resta di certa opposizione, né velleitarie: più sicurezza “comune”, più sicurezza sociale, meno povertà…

Ma accantonati questi due riconoscimenti, cominciano i problemi. Innanzitutto la portata e la struttura tecnica dellle misure. Come ha scritto Mario Baldassarri – economista e presidente della Fondazione Economia Reale, nonché già sottosegretario all’Economia per vari anni – sul Sole 24 Ore, la crescita tendenziale per il 2019 dovrebbe attestarsi purtroppo attorno allo 0,6%, e quindi l’1,5 agognato dal governo si rivelerà sideralmente lontano. Il rapporto deficit/pil sforerà il tetto programmato e  il debito pubblico crescerà. Ma tutto questo senza che si riesca a determinare gli effetti economici voluti: crescita del Pil e aumento dell’occupazione. Volendo fare sul serio, altro che 2,04% di sforamento… Volendo investire – per esempio in infrastrutture, ammesso e non concesso che la verifica dei “costi/benefici” si facesse senza inquinamenti ideologici, cosa improbabile – si tratterebbe di mobilitare ben altre risorse. Qualcosa come 100 miliardi di euro. Dove prenderli? Non certamente dal deficit.

La spending review si è arenata eppure ci sarebbero cento miliardi disponibili

E qui è d’obbligo una delle annotazioni più sconcertanti di questa fase: dov’è finita la spending review? Dopo aver azzerato il caso del cosiddetto “Air Force Renzi”, si direbbe che l’empito risparmiatore del governo si sia infranto sull’impossibilità evidente, per loro, di apportare tagli significativi alla spesa pubblica improduttiva. Intagliabile. Pur non volendo toccare gli organici degli statali e la spesa sanitaria, si poteva sperare in risparmi sugli acquisti, mai abbastanza bonificati nonostante l’avvento della discutibile Consip; e sugli sprechi, che sono una miriade. Baldassarri calcola che ottimizzando acquisti e finanziamenti a fondo perduto, nel bilancio dello Stato si potrebbero risparmiare 60 miliardi; altri 40 potrebbero arrivare dalla cosiddetta “tax expenditure”, ovvero le 799 agevolazioni fiscali così polverizzate e confuse da costare all’erario senza gratificare i contribuenti. Cento miliardi tondi di risparmi disponibili. Ma nessuno ci prova, come non ci provarono né Renzi né Gentiloni. Da una parte, forse, per non irritare le categorie colpite dai tagli, che però sono poco numerose e quindi non dovrebbero avere peso contrattuale; dall’altra più probabilmente per non saper dovere mettere le mani nel bailamme del bilancio pubblico. Comunque, chiunque abbia un’azienda o almeno sappia come funzionano quelle “normali” sa anche che il 5% delle spese si può sempre tagliare, se si è in crisi. Il 5% di 850 miliardi fa 42,5 miliardi: una pacchia, direbbe Salvini. A saperla ottenere. Ma bisogna essere bravi.

Dalla logistica una spinta potente per l’economia. per questo nasce Hub

Allegato a questo numero di Economy e in edizione digitale sul sito www.economymagazine.it i lettori troveranno un supplemento di 96 pagine a colori: Economy Hub. Un numero unico, per quest’anno, che punta nel 2019 a divenire periodico. Perché?

Perché la logistica è stata per troppo tempo la Cenerentola dello sviluppo italiano. Il gap infrastrutturale si è accumulato nei decenni successivi a quelli del “boom” raggiungendo punte elevatissime, che collocano oggi l’Italia ai livelli massimi, cioè peggiori, per efficienza e poca sostenibilità. E difatti è proprio la logistica intermodale sostenibile che va incentivata. Un settore che oltretutto annovera numerose eccellenze internazionali, ha brevetti, competenze e specializzazioni. Soltanto ricondurre entro le medie europee l’uso della gomma per le merci sostando i tir sui treni e sulle navi potrebbe far risparmiare miliardi all’anno e milioni di tonnellate di CO2 all’atmosfera. Qualche regola nuova sta facendo capolino, nella legislazione. Ma non basta, ci vuole una presa di coscienza politica forte, che le imprese, soprattutto quelle associate all’Alis, l’Associazione logistica per l’intermodalità sostenibile, invocano a gran voce. Economy Hub vuole essere un piccolo contributo affinché questa presa di coscienza avvenga.(s.l.)