La nouvelle révolution in gilè giallo è un’asta al rialzo dall’epilogo imprevedibile

In Francia, per la prima volta  da decenni, regna la confusione. Si leggono molte descrizioni di quanto sta accadendo, ma nessuna spiegazione  veramente credibile delle cause di quella che, partita come protesta per un aumento del prezzo della benzina, si è trasformata in una vera e propria ribellione che però non riusciamo classificare e a comprendere.

In questo la Francia ci sorprende, come ha sempre fatto, ma anche ci preoccupa profondamente, perché  quanto sta accadendo presenta aspetti che vanno ben oltre le motivazioni dei vari  populismi esplosi in Germania, in Spagna e con più successo in Italia, rendendo quindi credibile, se non probabile un’estensione delle stesse forme di rivendicazione ad altri paesi. Questo perché la rivolta, partita dalle province e lì ritornata dopo aver incendiato le strade di Parigi, va avanti da quattro mesi senza che gli interventi sistematici della polizia siamo riusciti a contenerla e senza che il governo abbia offerto una via di soluzione. Anzi: la debole reazione del governo all’inizio della rivolta con l’annuncio del congelamento e poi della cancellazione dell’aumento del prezzo della benzina ha di fatto innescato una specie di asta rivendicatoria, una gara a chi chiede di più. L’ultimo annuncio del governo che è venuto il tempo di trattare rende la situazione ancora più confusa: trattare con chi? Il movimento infatti non ha capi riconoscibili e nessun membro della classe politica presente, passata o futura ha preso una chiara posizione. Una trattativa darebbe al movimento dei gilet gialli una dignità politica che non hanno neppure rivendicato, anche se un sondaggio li stima al 12 per cento. Mi sembra abbastanza evidente che non siamo di fronte ha una rivolta del Lumpenproletariat, anche se si può essere tratti in inganno dall’origine della ribellione, simile a una rivolta per la tassa sul pane o sul sale.

La similitudine col ‘68 è fuorviante. Perché Macron non è Charles De Gaulle

Con un po’ di coraggio si potrebbe definire un’esplosione di giacobinismo anarchico, uno sfogo di insofferenza per ogni in autorità, qualcosa che covava da molto tempo e di cui nessuno si era accorto, che ora trova la sua espressione nella richiesta delle dimissioni di Macron, come se fosse un dittatore sudamericano diventato intollerabile.

In realtà siamo di fronte a una sospensione del tradizionale forte patriottismo francese, sul quale patriottismo forse contava il presidente del paese che paga le imposte più alte del mondo e che improvvisamente ha detto basta. Quindi una richiesta di minore povertà o di maggior benessere ha sostituito la libertà, l’eguaglianza e la fraternità, gli ideali che hanno fatto dimenticare il bagno di sangue del 1789. Come in Italia quindi il consenso non si guadagna con la nobiltà degli ideali, ma col reddito di cittadinanza e la pensione anticipata. Anche le manifestazioni studentesche del 68 crearono grandi preoccupazioni per l’evidente difficoltà della polizia a controllare la piazza e per la risonanza mediatica di geniali slogan come l’immaginazione al potere. Espressione però di una forte esigenza di cambio di costumi nel rapporto tra i sessi  e di altri interventi liberatori che si sono parzialmente realizzati.

Ebbene il 68 finì in 24 ore. Quando il generale De Gaulle annunciò alla radio: «I carri armati e le truppe del generale Massu  hanno circondato Parigi, la ricreazione è finita».

Dopo questo, il generale sciolse il parlamento  e si andò a nuove elezioni nelle quali ottenne una schiacciante maggioranza. Questo poteva farlo il generale De Gaulle, ma non l’esitante enarca Macron, fin’ora contraddistintosi per enfatici annunci di provvedimenti velleitari, mal ricevuti dai cittadini perché frutto di una concezione della società e del mercato estranei al sentire comune.

La protesta francese ci aiuta a capire il malessere italiano e di tutta l’europa

L’alternativa è ovvia: annunciare l’esigenza  divenuta impellente di un profondo cambiamento nel funzionamento della società, cambiamento avviato con alcuni provvedimenti rivoluzionari. Ed è quello che Macron ha tentato di fare con un discorso alla nazione di toni e aspirazioni elevate, inquinato dall’annunciato dell’aumento del salario minimo e dall’esenzione fiscale per gli straordinari e i bonus di fine anno. E infatti non è stato preso sul serio, visto l’annuncio dei gilet jaune di una quinta stagione di rivendicazioni, che a questo punto possono solo essere la richiesta di dimissioni. Dire, come ha fatto Macron con tono signorile, che non saranno tollerati altri disordini è ben diverso dalla mobilitazione dell’esercito e dalla dichiarazione dello stato di emergenza eccezionale con conseguente divieto di assembramento e coprifuoco. Quello che non si potrà evitare sarà un inasprimento degli interventi repressivi, con grande incertezza sul successo delle misure che verranno prese. Non siamo in grado di ipotizzare l’esito di questa grave perturbazione. Sicuramente le vicende francesi ci aiuteranno a capire quelle di casa nostra e di tutta l’Europa, sulle quali non mancheranno  di esercitare  una grande influenza. Macron sa che convocare nuove elezioni presidenziali sarebbe un suicidio. In Italia la situazione è ancora più imprevedibile: gli elettori italiani hanno cacciato con ignominia una classe dirigente e si trovano ora un parlamento e un governo pie-ni di saltimbanchi.

Non sarà facile liberarsene usando gli strumenti della democrazia, ma non dobbiamo cessare di auspicarlo.