Studiando il percorso antropologico e culturale di Maimonide mi sono imbattuta in una storia straordinaria e ricca di spunti e reminiscenze, ricche di significato per il nostro tormentato e angoscioso presente, che richiamano le vicende ricche e stratificate di un’interculturalità di cui Maimonide fu il grande testimone ed artefice intellettuale e morale, in un universo di relazioni che all’epoca attraversava il Mediterraneo e che oggi sembra in totale disfacimento. La storia che vorrei rievocare è quella della scoperta di uno straordinario laboratorio del passato, una sorta di misterioso quanto oscuro e polveroso magazzino di tracce documentarie e memorie accatastate in meandri tetri, localizzati nell’area più povera e popolosa del Cairo, a Fustat, dove peraltro lo stesso Maimonide risiedeva e redigeva le sue opere più famose, curando nelle ore serali e notturne i poveri della città. Questo luogo oscuro e segreto fu denominato Geniza, la cui radice etimologica indica un luogo tetro e maleodorante, un immenso magazzino, potremmo dire un silos dei più variegati documenti, accatastati per proteggerne il contenuto, gli eventuali elementi religiosi, di cui rimanevano in molti casi tracce incomprensibili o illeggibili. Un silos che aveva il ruolo di conservazione di ogni memoria scritta e che assunse un carattere sacrale, valorizzato dalla presenza della sinagoga di Ben Ezra, attorno a cui girava la vita di una comunità variegata per appartenenza etnica e linguistica. Oltre a servire da luogo di preghiera e centro studi, la Geniza era dotata di un ufficio per le politiche sociali, di una mensa dei poveri, di un ostello, di servizi amministrativi e del tribunale. La Geniza era dunque un centro ad alta densità filantropica che attrasse nel tempo diversi studiosi non solo di provenienza ebraica ma di diverse appartenenze religiose e culturali, ai cui occhi si aprì un tesoro immenso di scritti di varia fattura, natura e materiali, in tutte le lingue del più vasto Mediterraneo, la cui scoperta è così ricca da essere stata paragonata a quella dei rotoli del Mar Morto.
Un universo la cui ricchezza è divenuta oggetto di una narrazione, a dire il vero con un titolo non troppo attraente: Il cimitero dei libri. Il libro racconta di un mondo perduto e, nei drammatici orizzonti del presente, che non appare certo ritrovato ma che ha generato nei secoli passati spunti di riflessione proliferanti non solo in chiave narrativa ma anche di rappresentazione figurativa, di stimolo dell’immaginario storico e antropologico e tuttavia, con evidenza crescente, non sempre dominato da orientamenti di elevata moralità.
In questo contesto, la componente interculturale e di coesistenza religiosa e culturale ha avuto un ruolo aggregante che era presente alle origini della Geniza, nella sua configurazione che rivela il nesso profondo tra agire filantropico e le sue relazioni con la società civile nel vecchio Cairo, in cui ebrei e musulmani convivevano in sostanziale armonia conservando il silos delle loro reciproche memorie documentarie attraverso una stratificazione linguistica che ne era testimonianza e che di fatto agiva da tutela dei valori di un’interculturalità a pieno titolo, di cui oggi non sembrano restare tracce consistenti, mentre sarebbe indispensabile ritrovare e far rivivere quelle tracce in un mondo di nuovo solidale. Il libro di cui parlo, che è insieme un romanzo e un affresco di profondo spessore culturale sullo spazio mediterraneo medievale, di cui la Geniza è insieme un attrattore e un polo di irradiamento nel tempo e nello spazio di un universo multiculturale perduto e di fatto mai ritrovato, come vorrebbe evocare il sottotitolo del libro di Peter Cole e Adina Hoffman, è un intreccio complesso il cui racconto arriva praticamente ai giorni nostri in una progressiva dissolvenza, o meglio dissoluzione, del nucleo originario della Geniza.
Nel moltiplicarsi, molto ben documentato e narrato, della rivalità sempre più distruttiva tra le culture e i linguaggi delle istituzioni non solo politiche ma anche accademiche e culturali, si seguono le orme del primo studioso che cominciò a sciogliere i nodi del mondo contorto e intrecciato della Geniza, Solomon Schechter, al quale si riferì, in modo disordinato e talora spregiudicato, una comunità variegata di intellettuali, eruditi, collezionisti di antichità ma anche commercianti approfittatori e talora veri e propri ladri, sempre più competitiva, a caccia di documenti rari e lucrativi, non solo in termini di accumulazione di ricchezza ma anche di prestigio e di potere accademico.
Il titolo dell’opera sembra così evocare, oltre la dissoluzione fisica dei libri — il cimitero —, quella di una società che ha dissacrato una delle componenti essenziali della coesistenza di civiltà che caratterizzò il mondo mediterraneo nel passato, e in particolare nel Medioevo, sostituita da una imprevedibilità proliferante la cui unica regola è l’assenza di regole, che è esattamente l’opposto di un mondo solidale, alla ricerca di una coerenza dialogante e pacifica.
















