Mediobanca

Che in Mediobanca oggi vinca l’amministratore delegato uscente (e aspirante rientrante, per quanto riguarda i suoi desiderata) Alberto Nagel o che prevalgano i suoi sfidanti Francesco Milleri e Francesco Gaetano Caltagirone, si saprà entro le 12 o le 13 del pomeriggio; ma si sa già chi perderà in ogni caso, anzi chi ha già perso: l’industria finanziaria italiana. Ma non ha perso perché soffocata dall’autoreferenzialità dei manager che perpetuano se stessi, come Milleri e Caltagirone accusano Nagel di fare; o dalla cultura familista dei paleocapitalisti di famiglia, dei cui retaggi vengono accusati di essere portabandiera Milleri e Caktagirone, non tanto da  Nagel (lui, parla pochissimo) ma i suoi sostenitori; nossignore.

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E’ vero, l’Italia ha sviluppato in alcune aziende un management molto autoreferenziale, e si può discutere a lungo se questa critica si attagli o meno ai vertici di Mediobanca; è vero, vecchi magnati alla Caltagirone o come il defunto Leonardo Del Vecchio pretendevano e pretendono di essere obbediti a bacchetta dai loro dirigenti, il che è anacronistico e soprattutto sbagliatissimo in banca.

L’industria finanziaria italiana ha già perso perché è il Paese che ha perso competitività, negli ultimi 25-30 anni, negando spazio a una serie di innovazioni finanziarie forse imperfette ma invalse in tutti i mercati forti che hanno causato un grave indebolimento della composizione del nostro mercato finanziario. Innovazioni che altrove hanno dato forza del management delle società quotate, soprattutto bancarie e finanziarie, in Italia poco difesa finora, tanto che in parte tenta di correre ai ripari (ma è un rimedio tardivo) il ddl capitali in corso di approvazione, dando forma giuridica a una serie di istituti che “de facto” i mercati già adottavano da tempo pur senza legittimazione giuridica piena, tra cui le liste di consiglieri proposte dai consigli uscenti, che appunto nel caso dell’assemblea di Mediobanca di oggi, sabato 28 ottobre, vedrà scontrarsi i due fronti azionari.

Ma veniamo al quadro di Mediobanca e ai pronostici della vigilia. Secondo i calcoli che trapelano sul mercato, dovrebbe avere partita vinta ma per 2 o 3 punti percentuali la lista presentata dal consiglio, che verrà votata dal patto di consultazione, dai Benetton e dai grandi fondi internazionali. Milleri e Caltagirone oltre ai propri tanti voti dovrebbero poter contare su quelli dell’Enpam, di Iris Ceramiche e di qualcun altro, ma restando sia pur di poco in minoranza.

Il dato di fondo, per cui sarebbe un bene per l’istituto se venisse respinta almeno ancora per una volta l’aggressione di Del Vecchio e Caltagirone (ovviamente opinione di chi scrive) è che un’impresa bancaria non è e non deve diventare un’impresa come qualsiasi altra.

Fare occhiali, ponti, strade e palazzi è un conto: mestieri nobili, creatori di benessere e di lavoro, ma collegati a un prodotto ben preciso. La banca è invece un servizio trasversale, nel senso che serve tutti, in teoria con asettica simmetricità di trattamenti,  deve dialogare con le istituzioni nazionali e internazionali ai massimi livelli, tocca gli interessi di correntisti e risparmiatori ignari e incolpevoli eppure coinvolti o coinvolgibili in eventuali dissesti (ci ricordiamo tutti lo spauracchio del bail-in delle banche fallite in Italia negli ultimi anni dalla Popolare dell’Etruria alle due popolari venete).

La Costituzione tutela il lavoro e il risparmio, sopra ogni altro valore economico. Qualcosa vorrà dire.

La florida solidità di banche importanti controllate da famiglie come Banca Sella o Banca Euromobiliare è un’eccezione che conferma la regola. Come già predicava un grande governatore di Bankitalia come fu Carlo Azeglio Ciampi, è un male ed è un pericolo che imprenditori industriali assumano troppo potere in banca.

“Debitori di riferimento”: così gli industriali azionisti delle banche venivano chiamati da Sergio Siglienti, storico amministratore delegato della Comit ed arguto notista del costume (e malcostume) economico italiano (peraltro silurato proprio dal vecchio dominus di Mediobanca Enrico Cuccia). Debitori, perché finanziati direttamente o indirettamente dalla banca di cui erano soci; ma di riferimento per essa, perché suoi importanti azionisti. No, così non va.

E poi: la stabilità proprietaria di una banca deve andare oltre i legittimi interessi proprietari di una famiglia o di un individuo…

Intendiamoci: alcune banche italiane sono state scosse fin nelle fondamenta dallo strapotere dei loro manager, basti pensare agli Zonin a Vicenza o Jacobini a Bari o Berneschi a Genova… ma non a caso erano manager tenuti in piedi da piccoli azionisti industriali che in cambio del loro voto nell’assemblea dei soci a favore di questi personaggi, né ricevevano in cambio favori. I grandi fondi internazionali che invece  voteranno compatti la lista di consiglieri presentata dal consiglio uscente di Mediobanca per riconfermare il management sono colossi internazionali che tendenzialmente neanche si curerebbero di chiedere favori e favorucci locali. E hanno in casa tutte le competenze necessarie a seguire lo sviluppo di una banca.

Sia chiaro: non che Essilor-Luxottica abbia bisogno di favorucci, è un ricco colosso internazionale. Ma perfino il grande e compianto Del Vecchio sullo Ieo avrebbe voluto partita vinta in un diverbio in cui tutti gli altri soci lo isolarono, non solo Mediobanca; e il suo astio verso Nagel nacque da quella bega.

Infine: Mediobanca è un’azienda gestita benissimo, che tracima utili, al di là di quelli che spilla dalla sua partecipazione nelle Generali. Mai stata così florida. Di solito squadra che vince non si cambia.

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Sergio Luciano
Sergio Luciano, direttore di Economy e di Investire, è nato a Napoli nel 1960. Laureato in lettere, è giornalista professionista dal 1983. Dopo esperienze in Radiocor, Avvenire e Giorno è stato redattore capo dell’economia a La Stampa e a Repubblica ed ha guidato la sezione Finanza & Mercati del Sole 24 Ore. Ha fondato e diretto inoltre il quotidiano on-line ilnuovo.it, ha diretto Telelombardia e, dal 2006 al 2009, l’edizione settimanale di Economy. E' stato direttore relazioni esterne in Fastweb ed Unipol. Insegna al master in comunicazione d’impresa dell’Università Cattolica e collabora al Sussidiario.net.