Cina

In Cina l’economia rallenta e nel secondo trimestre il Pil non ha raggiunto la crescita cche era stata prevista, rimanendo al di sotto di almeno 2 punti percentuali rispetto a quanto prefissato. Cerchiamo allora di capire quali sono le motivazioni dietro il fallimento cinese e quali potrebbero essere gli sviluppi futuri.

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Rallenta l’economia in Cina

L’obiettivo economico che si era prefissato il Politburo cinese consisteva nella crescita del +5,5% del Prodotto interno lordo. Tale aumento, tuttavia, non sarà conseguito, rimanendo al di sotto di almeno due punti percentuali. Nel secondo trimestre, infatti, l’economia cinese, a seguito anche della gestione ferrea della situazione pandemica innescata dalle nuove ondate di coronavirus, è cresciuta solo dello 0,4%. Si tratta di uno dei risultati peggiori per il Paese dal 1992, ad eccezione della contrazione record del 6,9% registrata nel primo trimestre del 2020 a seguito della prima ondata del covid.

I problemi attuali, come detto, derivano anzitutto dalla politica zero-covid – caratterizzata da una rigida impostazione della politica di contenimento dei contagi – la quale ha portato ad un boom della disoccupazione giovanile, che a giugno ha raggiunto la soglia del 20%, registrando un altro record negativo per Pechino.

Cina, rallenta l’economia: i motivi

Il rallentamento dell’economia in Cina è dovuto anche a carenze strutturali e ad una serie di fattori concomitanti che hanno contribuito a far precipitare molti indicatori rilevanti. Una situazione di difficoltà si è registrata, ad esempio, nel mercato immobiliare: negli ultimi due anni Pechino ha attuato una stretta del credito al settore immobiliare, al fine di calmierare i prezzi delle abitazioni e limitare le speculazioni sul mattone. Queste misure hanno determinato il default di molti costruttori, tra cui il colosso Evergrande, con un passivo di oltre 300 miliardi di dollari. Conseguentemente, i costruttori sono stati obbligati a sospendere la propria attività: parliamo di circa 8 milioni di abitazioni. Al fine di evitare l’interruzione dei pagamenti da parte degli acquirenti dei mutui, la Bank of China e le banche commerciali statali puntano a mobilitare 148 miliardi di dollari di prestiti per il settore.

Ulteriore fallimento è avvenuto nella produzione industriale, aumentata del 3,9% contro le previsioni di una crescita del 4,1%. La stessa tendenza si ravvisa nel settore manifatturiero (3,4% contro 0,1% a maggio), in quello dei servizi pubblici (3,3% contro 0,2%) e nella produzione mineraria (8,7 contro 7%).

Infine, un’ulteriore crisi si sta registrando con riferimento al progetto Belt and Road Initiative (BRI): da “progetto del secolo”, come era stato definito da Xi Jinping, è passato ad essere la prima crisi del debito cinese all’estero. Proprio la partecipazione di nazioni fortemente indebitate, come Sri Lanka e Zambia, il progetto ha costretto le istituzioni finanziarie cinesi alla rinegoziazione di 52 miliardi di dollari di prestiti concessi a progetti BRI in questi Paesi. Considerando che la Cina è la più grande fonte di credito allo sviluppo per il resto del mondo, sicuramente questa non è una bella notizia per il Paese. Secondo un’analisi effettuata da Quartz, la Cina potrebbe essere entrata nel vortice di una inedita “recessione da bilancio patrimoniale (balance-sheet recession)”, ovvero in una situazione connotata dal collasso del valore degli asset di famiglie e imprese. Tale condizione penalizza i bilanci, spingendo le stesse a risparmiare di più e ad investire di meno, con una combinazione che ha l’effetto di causare una contrazione economica.