Dagli agenti di cambio ai tecnologi alimentari, passando da architetti, avvocati, dottori commercialisti, guide alpine, medici e infermieri… In Italia ci sono 30 ordini e collegi professionali con circa 2,5 milioni di iscritti, ognuno con le proprie peculiarità, con le proprie esigenze e con la propria rappresentanza. Se alle professioni ordinistiche si aggiungono poi le 144 associazioni professionali (oltre 140 mila gli associati) iscritte all’elenco del ministero dello Sviluppo economico e regolamentate dalla legge 4/2013, la rappresentanza delle libere professioni diventa un inestricabile nodo gordiano che non è stato ancora reciso definitivamente, imbrigliando qualsiasi tentativo di dare al Paese una chiara politica di crescita del settore professionale. La prova? Nonostante la significativa presenza di liberi professionisti in Parlamento (nella legislatura che si è appena conclusa si contavano 275 professionisti tra Palazzo Madama e Montecitorio), i provvedimenti normativi dedicati ai professionisti si contano sulle dita di una mano. Nel 2017 sono stati infatti cinque (e rispetto al passato è un record) le iniziative rivolte alle attività professionali: alcune accolte positivamente, come il jobs act sugli autonomi; altre fermamente contestate dai diretti interessati, come l’estensione dello split payment. Il motivo? «La frammentazione delle libere professioni, che costituisce una caso quasi unico nel panorama internazionale» risponde il presidente di Confprofessioni, Gaetano Stella. «Da un lato c’è la legittima aspirazione a dare ruolo e visibilità ad ogni profilo professionale; dall’altro lato, l’inevitabile debolezza di troppe voci, a volte dissonanti, che vogliono far sentire la loro presenza. È una contraddizione non risolta nel modo di fare rappresentanza e nel prossimo futuro dobbiamo riuscire a realizzare una mediazione tra le due distinte esigenze presenti nel mondo delle libere professioni per dare una voce unitaria al Paese e alle Istituzioni».
Rappresentanza, troppe voci nel campo delle professioni. Una criticità che blocca il varo di una politica di crescita del settore
La fotografia del presidente di Confprofessioni mette bene a fuoco l’assenza di una visione unitaria e strategica delle professioni, che finora ha impedito il pieno riconoscimento, non solo politico, dell’azione che svolgono i professionisti al servizio del Paese. Al tempo stesso, affiorano le difficoltà di una classe politica che, sia a livello nazionale, sia a livello locale, stenta a inquadrare i professionisti come un soggetto economico e sociale autonomo rispetto alle altre realtà produttive del Paese. In questo scenario, paradossalmente, «si moltiplicano i tentativi di ordini e associazioni di creare nuovi soggetti di rappresentanza che portano inevitabilmente e strutturalmente a una polverizzazione della rappresentanza» sottolinea il sociologo e politologo, Paolo Feltrin. «La vera sfida del mondo delle professioni è quella di trovare un terreno unificante per scongiurarne la frantumazione». Se l’obiettivo dev’essere quello di rappresentare e tutelare gli interessi dei professionisti nei rapporti negoziali e con le istituzioni politiche, Feltrin indica la strada della rappresentanza autonoma e su base volontaria. «Un fenomeno relativamente recente – spiega – che si regge su tre pilastri: l’introduzione di tutele di welfare contrattuale sia sul fronte del lavoro dipendente, sia su quello autonomo e libero-professionale; l’offerta di servizi evoluti, come la formazione o innovative forme di sostegno all’attività degli studi; l’attività di lobby a livello nazionale ed europeo». E proprio sul modello del Contratto collettivo nazionale degli studi professionali, firmato da Confprofessioni con le organizzazioni sindacali, si può proiettare la nuova sfida della rappresentanza 4.0 delle professioni perché, come dice Feltrin «dietro la crescita economica di ogni Paese c’è una competenza intellettuale che è propria del ceto medio professionale, che rischia però di rimanere schiacciato, dall’alto, dai grandi player delle multinazionali della conoscenza tecnologica e, dal basso, dalla competizione tra le tante anime professionali, con il rischio di scivolare verso la proletarizzazione».
















