mercato digitale
Marco Gay, Presidente di Anitec-Assinform

«Una formazione di qualità e certificata; la valorizzazione del ruolo delle imprese del mondo Ict come soggetti capaci di erogare formazione, proprio grazie alla virtualizzazione di gran parte delle attività didattiche; una maggiore collaborazione tra pubblico e privato – dagli Its (ancora troppo pochi e troppo eterogenei per qualità e partecipazione delle imprese) alle università; dare sostanza alla formazione continua in una strategia di politiche attive del lavoro, che dal primo giorno accompagni il lavoratore in tutte le fasi della sua vita professionale»: sono i 4 punti di una proposta che Anitec-Assiform, la grande associazione confindustriale che rappresenta tutto il settore Ict (75 miliardi di fatturato) sta preparando per le istituzioni ma anche per l’intero comparto, come l’ha sintetizzata Marco Gay, presidente di Anitec-Assinform (nonché amministratore delegato di Digital Magics) nel suo discorso all’ultima assemblea annuale associativa, alla presenza del ministro per la Transizione digitale Vittorio Colao.

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La proposta in preparazione nasce da un’analisi che, pur non sottovalutando i tanti progressi compiuti anche in Italia dal comparto negli ultimi anni, illumina alcune gravi lacune del sistema: «In questi anni – ha detto Gay – abbiamo visto via via un impoverimento industriale di alcuni territori che ci preoccupa. Dove manca l’industria vuol dire che stiamo perdendo conoscenza. E quindi competitività.

Se manca l’impresa, vuol dire che alla base l’ecosistema dell’innovazione non performa più come dovrebbe. Non siamo sufficientemente attrattivi per chi vuol creare valore. Oggi mancano le persone, manca la conoscenza. Per il nostro settore è uno dei campanelli di allarme che suona da tempo. Il fabbisogno di competenze non è semplicemente un numero, ma un indicatore della strategia di sviluppo del Paese. Vogliamo più investimenti nella scuola, nella formazione superiore, nelle università, nel mondo della ricerca, nelle Stem. Vogliamo – in altri termini – che il Paese si riscopra fucina di talenti per alimentare l’innovazione, l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo tecnologico delle imprese. Il gap di competenze specialistiche Ict su alcune professioni particolarmente richieste dal mercato è un fattore di ritardo che paghiamo ogni giorno. L’Osservatorio sulle competenze digitali conferma una crescita delle web vacancy nel 2021 per un volume di 89mila posizioni aperte in ambito Ict. Noi crediamo che non si possa procedere per tentativi episodici che vanno bene nel breve ma non soddisfano i fabbisogni nel lungo termine».

Ma le proposte annunciate da Gay sono anche altre. Nel mirino, la burocrazia che potrebbe frenare il Pnrr anche nella sua prima missione che è appunto la transizione digitale: «Guardando al Pnrr, e per primo al piano della transizione 4.0, sono tanti i progetti rilevanti per il settore, molti dei quali al centro del nostro lavoro, come agrifood, edilizia, salute – ha detto Gay – Permettetemi un focus sul Piano Transizione 4.0: noi siamo convinti che dopo 6 anni sia maturo il tempo per semplificare il quadro di misure e indirizzare meglio le risorse alle Pmi, spingere per l’adozione massiva e diffusa dei digital enabler: dall’Intelligenza artificiale, al Cloud, ai big data».

Per questo, per la prossima legge di bilancio Anitec-Assinform lavora a una proposta su due gambe: un sistema di voucher Pmi sul modello spagnolo, qualificato per beni e valore, che includa la consulenza alle Pmi per indirizzarne i bisogni sfruttando la rete degli innovation hub e dei competence center; una misura strutturata per progetti 4.0, che cambi l’approccio da misura “fiscale” a misura “industriale”, spostando la valutazione a monte e non lasciandola alle agenzie fiscali. «Costruiamo Kpi – ha detto Gay – e definiamo partner esperti di valutazione dei progetti a supporto dell’amministrazione per indirizzare le risorse pubbliche dove servono a far fare il salto di qualità nell’innovazione alle imprese. Usiamo anche la tecnologia, dove serve»!

Le Pmi, d’altronde, rappresentano il 99% del nostro tessuto produttivo, ma investono ancora troppo poco nel digitale, con una crescita del 5,1% rispetto ad altri segmenti business. Impiegano troppo poco tecnologie digitali innovative: lo fa il 17% di aziende contro una media del 52%. “Dobbiamo spingere per soluzioni di incentivazione a progetto – ha aggiunto Gay – che privilegino approcci di filiera, facendo in modo che la trasformazione digitale diventi “la lingua” con cui le imprese parlano tra di loro. La scala dimensionale è fondamentale per poter utilizzare al meglio le soluzioni digitali e intervenire in maniera strutturata sui processi produttivi”.

Gay ha anche sottolineato che “investire in soluzioni digitali più innovative e performanti vuol dire mettere al riparto le aziende dagli attacchi informatici che crescono costantemente. La cybersecurity è l’area dove la crescita è stata apprezzabile nel 2021 (+12,6% e un valore di 1,4 miliardi di euro. ma che richiede un’attenzione costante di manager e imprenditori, cui sta il compito di indirizzare coerentemente strategie di investimento e acquisizione di competenze. La sicurezza dei nostri dati è una questione geopolitica, di posizionamento strategico del nostro Paese all’interno di un contesto globale a tensioni crescenti.

Da questo punto di vista, la costruzione del mercato unico digitale europeo insieme alla spinta per un maggior protagonismo del nostro continente verso i player tecnologici internazionali non deve tradursi in una bulimia regolatoria che danneggerebbe proprio le filiere in crescita e le Pmi. Al contrario, dare vita a un’Unione europea digitale vuol dire valorizzare la nostra prossimità a settori tipicamente di eccellenza – come la meccanica, la moda, l’agroalimentare, la sostenibilità ambientale e l’economia circolare – mantenendo strette relazioni con i grandi player tecnologici che offrono soluzioni all’avanguardia frutto di costanti investimenti in ricerca e sviluppo ed economie di scala. Un campo, questo, in cui l’Italia può acquisire una solida leadership verso i partner europei”.

Infine, la sostenibilità: la transizione gemella. “Noi parliamo convintamente di una sola transizione – ha detto Gay – Transizione digitale e transizione ecologica hanno una chiave di lettura comune nell’innovazione. I dati e le tecnologie digitali abilitano l’attività predittiva, di monitoraggio, di mantainance, di progettazione intelligente di reti e infrastrutture energetiche e di mobilità, di edifici e costruzioni, di mezzi di trasporto, impianti produttivi.

Per questo riteniamo che il futuro della mobilità su gomma e i nuovi vincoli alla vendita delle auto con motore endotermico abbiano messo in luce i limiti di un approccio selettivo alla tecnologia che non convince. Parlare di neutralità tecnologica non vuol dire non decidere. Al contrario, vuol dire decidere che a guidare i processi sia l’innovazione. Sia la capacità di trovare risposte sempre nuove a problemi sempre più complessi. Possiamo puntare sulle specializzazioni e sul nostro ecosistema dell’innovazione, riportando in Italia produzioni che ora devono ripensarsi puntando sul digitale per agganciare nuovi trend di sviluppo”.