La normazione è un asset strategico delle imprese che permette di trasferire sui mercati internazionali le loro best practice, preparando il terreno ai prodotti del Made in Italy. Il che succede piuttosto spesso: tant’è vero che il Direttore generale di UNI Ruggero Lensi è stato da poco eletto Vicepresidente tecnico dell’ISO a livello mondiale. «Quando una norma internazionale ha un’impostazione di indirizzo italiano, la nostra industria si trova già pronta nel fornire prodotti e servizi conformi» dice Lensi in questa intervista a Economy.

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Come si passa dalla normazione nazionale a quella internazionale?

Abbiamo un’attività importante nella definizione di norme di applicazione volontaria per il contesto nazionale: questa storicamente era l’impostazione dell’ente. Nel corso degli oltre 100 anni di storia, gli interessi si sono spostati man mano sulla globalizzazione, e questo dà ancora più forza alla normazione. A livello nazionale, infatti, esiste una forte regolamentazione, e le norme possono fornire degli strumenti laddove manchino delle leggi, e sono comunque tanti. Ma se pensiamo al contesto globale, dove non esiste una regolamentazione, molto spesso sono proprio gli standard internazionali, le cosiddette norme Iso, quelli che consentono di entrare nei mercati. Uni è il membro Iso in Italia, e consente quindi di far partecipare le imprese italiane di qualunque dimensione attraverso i meccanismi della normazione.

In che modo?

Non c’è bisogno di spostarsi, si rimane in ufficio e si partecipa ai tavoli della normazione internazionale, portando le proprie esperienze, competenze, best practice attraverso Uni. L’Italia spesso ha delle ottime soluzioni, e questo meccanismo permette che diventino globali: un domani una norma internazionale potrebbe avere una forte impostazione di indirizzi italiani, e la nostra industria potrebbe quindi trovarsi già pronta nel fornire prodotti e servizi conformi a quelle norme internazionali per poter partecipare alle attività di globalizzazione. È un grande asset strategico.

E l’Europa?

Con tutta la produzione a marcatura CE, ma non solo quella, da 30 anni ha già fatto una scelta. Le imprese non vogliono avere un mercato regolamentato da leggi, bensì dei requisiti essenziali per la salvaguardia e la tutela dei cittadini e delle imprese. Cosa bisogna fare per soddisfare i requisiti lo dicono le norme: nel Vecchio Continente funziona così. Quindi anche la regolamentazione, dove c’è, spesso lascia alle norme decidere come si realizzano certi prodotti. Prendiamo le bioplastiche, con i sacchetti degradabili: quella è stata un’invenzione italiana, utilizzando per esempio il granoturco abbiamo trovato delle soluzioni, e questa è diventata una norma europea a supporto del Green Deal. Quindi le norme, anche dove esiste una legislazione, possono essere molto utili. Ma a livello internazionale appunto non esiste la legislazione, quindi ci sono le norme internazionali che consentono di entrare nei mercati e di poter avere dei riferimenti.

Un’opportunità preziosa, dunque.

La normazione dovrebbe essere, e talvolta è per alcune imprese, un asset strategico. Non è solo un tema da tecnico di stabilimento, è un tema per l’imprenditore. È una scelta strategica quella di poter governare e gestire anche la normazione a fianco degli altri asset strategici. L’impresa può crescere anche facendo in modo che il proprio know how, la propria ricerca, i propri prodotti siano inseriti e riconosciuti all’interno dei contenuti normativi. Questo si può fare solo confrontandosi con i competitor, sedendo ai tavoli e facendo passare delle buone pratiche: ne abbiamo tante.

E l’altro asset strategico?

È applicare queste norme, essere conformi agli standard. Questo consente di garantire prestazioni sicure per l’impresa. L’imprenditore virtuoso segue gli standard, che possono riguardare sia l’organizzazione e il management, sia la conformità della produzione. Questo consente spesso anche di entrare nell’ambito di mercati che richiedono la conformità, relazionandosi con altri soggetti che, su una base privatistica e volontaria, pretendono la qualità, per esempio nell’ambito delle forniture. Quindi usare le norme è un asset anche appunto di tutela, di garanzia del proprio prodotto sul mercato. A livello mondiale circa il 5% delle imprese adotta gli standard. Un dato che mostra quanto il potenziale di crescita in termini quantitativi sia ancora molto elevato.

Noi come siamo messi?

L’Uni è il settimo ente di normazione a livello mondiale. Sono stato eletto vice Presidente tecnico dell’Iso a livello mondiale nel mese scorso proprio perché siamo riconosciuti come un ente virtuoso, ma si potrebbe fare molto di più. Siamo molto lontani da altre realtà anche in Europa, siamo molto più piccoli di enti come quelli di normazione tedesco, francese, anche inglese, che sono quattro volte più grandi di noi. Vuol dire avere risorse per poter supportare le imprese, per poter governare più argomenti, per essere più presenti. L’Italia è considerato un ente medio, pur essendo settimi siamo sullo stesso livello di enti come quello svedese, olandese, ma noi abbiamo 60 milioni di abitanti, loro meno di un quarto…

E per l’industria?

Abbiamo una manifattura forte che caratterizza il tessuto economico italiano: cerchiamo di essere pronti, di rispondere. Per fare degli esempi, il settore della piastrella modenese è fortemente collegato con l’Uni; in quello dei mobili e dell’arredamento abbiamo la leadership europea e mondiale sulla definizione delle norme di qualità. L’abbiamo acquisita battendoci contro la Svezia, il che vuol dire che il mobile italiano cerca di distinguersi anche attraverso la normazione per non farsi fagocitare da grandi player mondiali. Ci sono tanti altri esempi così del Made in Italy.

A proposito di dimensioni d’impresa, visto che siamo un paese di Pmi, qual è il rapporto fra le piccole, soprattutto, e le medie imprese con la normazione?

Siamo un’eccellenza in questo ambito. Abbiamo migliaia di Pmi che partecipano e ne siamo molto fieri, abbiamo tutte le confederazioni di rappresentanza delle imprese, dalle piccole, dagli artigiani, ovviamente le grandi, sono tutte all’interno della nostra compagine. Abbiamo delle realtà anche piccolissime, di dieci dipendenti, che lavorano all’interno delle associazioni. Ci sono anche le grandi, ma non è vero che la normazione funziona solo per le grandi multinazionali e le piccole sono tagliate fuori. Anzi, partecipare ai contesti normativi vuole dire proprio poter confrontarsi tra grandi, medie e piccole, e trovare delle soluzioni condivise che possano essere utili alla filiera produttiva.

Ci fa un paio di esempi di norme Uni che sono diventate internazionali?

Una molto conosciuta è il calcolo dell’impronta di carbonio, la carbon footprint, una norma fondamentale per gli ambiti ambientali, che è nata sui tavoli italiani e poi un passo alla volta è arrivata a livello internazionale. Abbiamo altre eccellenze per esempio sui prodotti, norme sui prodotti dell’edilizia che sono diventate internazionali. Anche nell’ambito della qualificazione professionale, per esempio la norma della consulenza di direzione che interessa molto le imprese. Di questi esempi ne abbiamo tanti. Sono sempre legati alla volontà e alla passione delle persone che credono nella normazione come veicolo per fare cultura e per dare soluzioni concrete. L’Italia può fare veramente tanto, perché abbiamo tante belle cose da raccontare.