Riccardo Colombani

«È il momento di chiedersi quale deve essere il ruolo della finanza nel nostro sistema economico e sociale. Il modello oggi dominante vede nell’interesse dell’azionista l’unica priorità, ma è proprio questo che ha portato all’ampliamento di tutte le diseguaglianze. Per cambiare rotta è necessario puntare sulla partecipazione dei lavoratori e costruire un nuovo modello orientato alla democrazia economica, che apra loro le porte del capitale, attraverso forme di partecipazione finanziaria volontaria, strutturata, ricorrente e incentivata, e che consenta di far affluire il risparmio nei complessi produttivi del Paese. In questo modo verrebbe attuato il disegno tratteggiato negli articoli 46 e 47 della Costituzione”: Riccardo Colombani, segretario generale (appena confermato) della First-Cisl, la federazione dei lavoratori delle banche e della finanza, ha deciso di alzare il tono della proposta. Da sindacato negoziale a soggetto propositivo sull’assetto socio-economico del Paese. Con quest’idea chiave, che affonda le sue radici nella carta costituzionale.

Colombani, pensate di ottenere risultati concreti o è una battaglia di bandiera, simbolica più che concreta?

Tutt’altro che simbolica. La strada della partecipazione dei lavoratori, ovvero della maggioranza dei cittadini, alla proprietà e alla gestione delle aziende è stata concepita dai padri costituenti come uno dei principi ispiratori del consesso civile. Purtroppo è rimasta sulla carta. Così come sulla carta – a differenza del primo sulla tutela del risparmio, che ha ricevuto almeno parziale attuazione –  è rimasto il secondo comma dell’articolo 47. Rileggiamolo: “L’accesso del risparmio popolare alla proprietà dell’abitazione, alla proprietà diretta coltivatrice e al diretto e indiretto investimento azionario nei grandi complessi produttivi del Paese”. È ora di cambiare marcia. La partecipazione, sia quella finanziaria che quella ottenuta attraverso la canalizzazione del risparmio all’economia reale, dunque alle imprese, genera valore.

Per tutti e quindi per la società nel suo insieme.

Che sia giusto, ok. Ma perché le sembra addirittura necessario?

Abbiamo l’obiettivo della sostenibilità ambientale e quello dell’inclusione sociale da perseguire, tutti obiettivi strategici del Pnrr. Sono obiettivi molto importanti che possono essere raggiunti solo attraverso una forte regia che coordini i movimenti di tutte le forze economiche e sociali e dia un nuovo protagonismo alla finanza, la ricollochi al centro, ma dandole finalità e efficienza nuove. Anche per gestire la doppia transizione, quella digitale ma soprattutto quella energetica ed ambientale.

E come riformare la finanza in questa direzione?

Abbiamo immaginato la possibilità che si costituisca un grande fondo nazionale di investimento nella e per l’economia reale, gestito attraverso una formula di partenariato pubblico-privato.

Su quali presupposti?

Banche, assicurazioni e intermediari finanziari conoscono bene i territori in cui operano e la loro economia. E per perseguire una crescita forte, duratura e sostenibile si deve passare dai territori. E al netto delle conseguenze della pandemia e di quelle della guerra, purtroppo gravi, la situazione del Paese era preoccupante anche prima. Il Pnrr non basterà ad invertire la rotta. Il Pil procapite a prezzi costanti (2010) dal 2000 al 2019 è sceso a 27.204 euro, unico caso tra tutti i Paesi Ue.  Anche il Pil della Grecia è salito, per non parlare del Pil tedesco, cresciuto nello stesso periodo da 28 a 36 mila euro, e di quello fracese, passato da 29 a 33 mila.  Il nostro tasso di occupazione al 2019 era al 63,5%, di 9,2 punti percentuali più basso rispetto alle media Ue. Un gap che si allarga ulteriormente se prendiamo in considerazione la popolazione femminile, per non parlare dei giovani. In Italia stiamo assistendo ad una vera e propria glaciazione demografica: ogni 100 giovani under 15 ci sono oltre 179 ultrasessantaquattrenni. Lo scorso anno, nel 2021, abbiamo avuto il record negativo di nascite, meno di 400 mila. Dobbiamo dare una risposta corale e coordinata a tutto questo. Per evitare il declino.

Tutto vero,  purtroppo; ma perché il Pnrr non basta?

Diciamo una verità impopolare che però tutti conoscono: i soldi del Pnrr serviranno, ad usarli bene, per colmare le carenze più antiche, ma per costruire sviluppo, uno sviluppo sano e innovativo, non basteranno. La ricchezza finanziaria delle famiglie ammonta a ben 4.800 miliardi di euro. Sui conti correnti delle famiglie ci sono 1.183 miliardi di euro. Se una frazione di queste risorse venisse indirizzata verso l’economia reale gli effetti sarebbero enormi. Gli investimenti privati in rapporto al Pil al 2020 sono del 15.2%, Francia e Germania registrano il 4% in più. Se annullassimo il divario avremmo 70 – 80 miliardi in più da investire per riallinearci con le altre potenze economiche dell’Unione europea.

Ok: ma come si fa? Abbiamo visto che l’incertezza semmai induce i risparmiatori a tenere i denari non investiti, anziché investirli.

Serve uno choc da investimenti privati, e bisogna convincere i risparmiatori a farlo. In che modo? Io credo che il modo ci sia. L’investimento nel capitale di rischio va promosso attraverso un sistema pubblico di protezione che garantisca integralmente il risparmio investito, con ammontare e scadenze temporali definiti ex ante, almeno quando canalizzato verso scopi specifici, di sviluppo sostenibile, selezionati da questo costituendo fondo nazionale di investimento nell’economia reale.

Ma le pare possibile? I liberisti duri e puri si scandalizzeranno…

È stato introdotto l’incentivo del superbonus al 110% per le ristrutturazioni edilizie finalizzate alla sostenibilità ambientale. Sta funzionando, al netto delle frodi: vuol dire che alcune cose si possono fare e bene, incidendo nel reale e mobilitando risorse private. Allora perché non incentivare anche anche banche e assicurazioni che accettino di cambiare i loro modelli di servizio per la clientela, a cominciare da un modello di consulenza aperto ad un maggior numero di prodotti finanziari? Quindi incentivi si, se vanno a comportamenti d’investimento e di servizio virtuosi.

Ma c’è un obiettivo politico dietro questa sfida?

L’obiettivo è incidere sulle scelte delle imprese, anche con l’ingresso di rappresentanti dei lavoratori negli organi elettivi, e attuare politiche salariali in linea con l’andamento della produttività, indispensabili per un’equa redistribuzione della ricchezza. La partecipazione è fondamentale anche per governare la transizione digitale. Senza perseguire gli obiettivi di sostenibilità sociale e ambientale, la digitalizzazione – che pure è indispensabile e deve proseguire – rischia però di rivelarsi l’alibi per il taglio dei costi e dei posti di lavoro. Banche e assicurazioni, in particolare, hanno una funzione sociale da perseguire nell’interesse di tutti gli stakeholder, non solo degli azionisti: i dividendi non sono tutto.

Qui parla il sindacalista…

Sì, ma all’interno di una visione di sistema. Sono tempi di trasformazione, non è un’epoca di cambiamenti ma un cambiamento d’epoca. Occorre integrare le competenze, anziché sostituire le persone, formare nuove competenze digitali, ma anche ovviare alla desertificazione bancaria e finanziaria dei territori, con migliaia di comuni che non hanno più neanche uno sportello bancario. Il sindacato dev’essere un soggetto di trasformazione dei rapporti economico-sociali. Per questo dico che è tempo di investire nell’occupazione bancaria: il Paese ha bisogno di più bancari, non di meno bancari.