Treasury e bond corporate salvano i rendimenti dei fondi di febbraio

Ogni mattina, come sorge il sole, un sustainability manager si sveglia e sa che dovrà compilare una montagna di moduli per aggiudicarsi il miglior rating Esg possibile. Se non lo farà, non morirà di fame come il leone cui tocca inseguire la gazzella, ma la sua azienda in un certo senso sì. Averlo (il rating Esg) è importante non solo per una questione di trasparenza e reputazione: in ballo c’è la finanziabilità dell’impresa, in un mercato, quello dell’impact investing, che nel 2022, stando al Global Impact Investing Network, ha già raggiunto la cifra astronomica di 1.164 miliardi di dollari. E l’ambientalismo non c’entra: è tutta una questione di rendimenti azionari. A livello globale, quelli delle aziende con i rating Esg migliori, secondo Kroll mediamente si attestano al 12,9%, contro l’8,6% delle imprese con rating Esg più bassi. E anche se in Europa le percentuali sono leggermente inferiori, rispettivamente il 10% e il 7%, il succo della faccenda non cambia: le aziende con rating Esg migliori ottengono ritorni degli investimenti superiori ai loro concorrenti con rating inferiori.

Fin qui tutto bene. Il problema sorge allorquando tocca decidere a quale agenzia di rating affidarsi. E non basta chiedere a Google. In ordine di comparizione (e quindi dai link sponsorizzati) ci sono l’analisi Esg di Tecnosrl, l’attestato di Cribis, l’audit tool di Cikis Studio, ma anche l’Msci Esg Ratings, il Sustainalytics di Morningstar, il Refinitiv del London Stock Exchange Group, Standard Ethics, la piattaforma Open-es, EcoVadis… Un recente studio dell’Esg European Institute ha evidenziato che già nel 2018 potevano contarsi più di 600 agenzie di rating Esg a livello globale. E adesso la situazione è fuori controllo: nel libero mercato della consulenza, non manca giorno che nasca una nuova piattaforma, un nuovo strumento, un nuovo metodo di valutazione degli Esg.

Il problema non è tanto scegliere, ma venire scelti. Nel senso di essere messi nel mirino da qualche soggetto che propone di assegnare un rating Esg e che quindi invia un questionario da compilare. «Meglio non declinare l’invito, perché si rischia di vedersi assegnare un rating basso», spiega a Economy Ida Schillaci, sustainability manager di Colmar dopo esserlo stato di Yamamay e di Esselunga. «Da una parte, venire sottoposti a questi questionari ha valore, perché a breve uscirà la Corporate Sustainability due diligence Directive (Csddd), che imporrà il controllo della catena di fornitura e quindi tutti ci stiamo impegnando a monitorarla, ma dall’altra è un notevole impiego di tempo e di denaro che rischia di sottrrarre risorse preziose ai concreti progetti di sostenibilità delle imprese». Schillaci richiama alla memoria l’esperienza in Esselunga: «Quando vi venne proposto di rispondere al questionario del Climate project disclosure (Cdp), motivandolo con l’interesse di 600 investitori, dato che l’azienda all’epoca non era quotata non venne ritenuto una priorità e dunque declinammo l’invito. Ci venne assegnata una F, il punteggio più basso». È la policy del Cdp: le aziende a cui viene richiesto di divulgare i propri dati e che non lo fanno riceveranno una F. «Ovviamente l’anno successivo partecipammo: nel 2021 a Esselunga venne assegnata una B e nel 2022 un A-».

Farsi valutare non è certo gratuito: «Il primo anno di solito lo è, ma dal secondo in poi si paga». Nel caso del Cdp, per esempio, la quota base si aggira intorno ai 2.500 euro, che lievitano attivando servizi aggiuntivi come quello per l’analisi del benchmark o il supporto per le domande e risposte. «Anche il Corporate sustainability assessment di Standard & Poors inizia gratuitamente il primo anno e diventa a pagamento dal secondo», esemplifica Schillaci: «in Esselunga ci è capitato di avere un punteggio alto nel Cdp ma bassissimo del Csa di S&P. I questionari non sono standardizzati e dunque non è detto che la performance dell’azienda venga riconosciuta da tutte le organizzazioni».

Quel che è certo è che per riuscire ad ottenere un buon punteggio si resta incastrati in un meccanismo che occorre portare avanti anno dopo anno. E costo dopo costo. Con la Csrd, che impone alle imprese di certificare tutta la filiera, il discorso si fa ancora più complicato. E più oneroso. «Una delle valutazioni della sostenibilità aziendali più affidabili è EcoVadis», spiega Schillaci: ha già esaminato 1,6 milioni di aziende in 175 Paesi e più di 200 settori diversi. E – per dare la misura di quante imprese aderiscano mediamente all’invito alla compilazione dei questionari – ne ha valutate oltre 100 mila. «Con EcoVadis la capofiliera paga in funzione dei fornitori che vuole inserire nella valutazione». Si va da un minimo di 379 euro l’anno per una piccola impresa a oltre 17 mila per un piano triennale di una grande azienda. «Invece in Synesgy, del gruppo Crif, la valutazione della capofila è gratuita, ma a pagare sono i fornitori. Paradossalmente, un confezionista di giacconi che operasse nella nostra filiera di Colmar, ma anche in quella di altri player, dovrebbe compilare, pagando, più questionari pena il rischio venir escluso dalla filiera nel prossimo futuro. Si tratta spesso di piccole imprese, così capita spesso che sia la capofila ad anticipare la spesa. E senza contare il dispendio di tempo: non è detto che sia così facile ricostruire le evidenze e raccogliere dai fornitori i certificati».