Prima che un signore magro con un dolcevita scuro salisse su un palco a Cupertino per stabilire che i cellulari sarebbero diventati dei computer e delle estensioni della nostra vita quotidiana, i telefonini servivano fondamentalmente per fare due cose: telefonare e mandare messaggi. Il rapporto simbiotico tra uomo e cellulare è cosa abbastanza recente, ma sono quasi 50 anni che abbiamo la possibilità di comunicare in movimento. Il 3 aprile 1973, infatti, il direttore della ricerca e sviluppo di Motorola, Martin Cooper, riuscì a fare la prima telefonata a New York. Da quella chiamata passarono altri 10 anni prima che si decidesse di mettere in vendita il primo telefonino alla cifra monstre di circa 4mila dollari. In Italia il primo modello ufficiale fu il Rondine di Italtel, lanciato sul mercato in occasione dei Mondiali di calcio del 1990 e venduto alla cifra di 2,97 milioni di lire. Da allora di acqua sotto i ponti ne è passata moltissima, anche per quanto riguarda i player. Inizialmente insieme a Motorola c’era Nokia, l’azienda finlandese che aveva dotato i suoi telefonini di quell’iconico jingle quando si accendevano (e che nessuno potrà più toglierci dalla testa). Insieme queste due aziende si spartivano la quasi totalità del mercato. Poi sono arrivati altri player come Nec, Ericsson, Sony. Ma è Nokia che ha rappresentato l’interprete principale del mercato per tutto (o quasi) il primo decennio del 2000. Poi Steve Jobs ha presentato l’iPhone e Apple si è trovata catapultata in una nuova era. Per capire quanto questo progetto sia stato rivoluzionario e “disruptive” basta pensare che Steve Ballmer, all’epoca amministratore delegato di Microsoft e oggi accreditato di un patrimonio superiore ai 95 miliardi di dollari, ancora oggi rimpiange di non aver colto la novità introdotta dagli smartphone. Di più, di averli apertamente dileggiati. Basta andare in rete e cercare il famoso video in cui Ballmer sghignazza parlando di un telefono “senza tastiera” e che costa 500 dollari. Ma ora lo sappiamo: dal 2007 in poi tutto è cambiato: Apple ha conquistato una quota di mercato del 17% globale, Samsung è diventata la numero uno (20%) e alcuni interpreti storici sono diventati poco più che delle comparse, come Motorola, Nokia e Sony. E in molti si sono affacciati al nuovo mercato, soprattutto dalla Cina, come nel caso di Xiaomi Oppo e Vivo che oggi rappresentano il 34% del complessivo. L’Italia è uno dei Paesi in cui la penetrazione degli smartphone è maggiore. Si parla addirittura di 80 milioni di dispositivi per una popolazione complessiva (compresi i neonati e gli anziani non esattamente all’avanguardia dal punto di vista tecnologico) di circa 60 milioni di abitanti. Qui le quote di mercato sono un po’ diverse dal resto del mondo: Samsung è al 31%, Xiaomi al 25 e Apple al 14. Questo è facilmente spiegabile dalla dinamica della telefonia nel nostro Paese: il 50% delle vendite riguarda device che costano meno di 200 euro e i il 60% di prodotti sotto i 300. Naturale quindi immaginare che un player come Apple, che ha telefoni che costano dai 399 euro in su (si arriva fino a 1.869 euro per il modello più esclusivo di iPhone 13), sia svantaggiato rispetto ad altri.

Ettore Patriarca, Direttore Marketing & Retail di Vivo Italia

Uno dei player che si è affacciato con maggiore vivacità in Italia è Vivo, azienda cinese nata nel 1995 come produttore di telefoni fissi e attiva dal 2003 nel mercato dei telefoni cellulari. Nel 2011 è stato lanciata la divisione Vivo smartphone. È al primo posto in Cina, con una quota di mercato del 20% e un incremento rispetto allo scorso anno del 21%. Un marchio in crescita anche tramite il meccanismo delle partnership e delle sponsorizzazioni. Dal punto di vista degli accordi, è in essere quello con Carl Zeiss per la realizzazione delle lenti degli smartphone. Per quanto concerne invece le sponsorizzazioni, Vivo è official smartphone dei mondiali di calcio in Qatar e manin partner della Lega Serie A di e-sport nel nostro Paese. Attiva in 60 Paesi nel mondo con dieci centri di ricerca e sviluppo sparsi per il globo, l’azienda è sbarcata in Europa nell’ottobre del 2020. Benché presenti in solo 10 nazioni nel continente, i cinesi di Vivo sono già il sesto brand in Europa, con la speranza già nel 2022 di “attaccare” la quinta posizione. In Italia, attualmente, occupa circa 30 persone, con l’ambizione di aumentare ulteriormente i dipendenti entro la fine del 2022. Dal punto di vista dei centri assistenza, sono ormai un centinaio in tutta la Penisola. «Realizziamo innovazione tecnologica – racconta a Economy Ettore Patriarca, Direttore Marketing & Retail di Vivo Italia – che sia necessaria per il reale utilizzo che si fa dello smartphone. Ad esempio, abbiamo puntato molto sulla fotocamera frontale, che in tempo di pandemia è diventata più importante di quella “principale”. Il mercato italiano è particolare. Intanto, perché metà di esso si concentra nei prodotti sotto i 200 euro, che quindi vanno necessariamente intercettati; poi perché, a differenza di altri Paesi, da noi conta molto il ruolo del retailer più che dell’operatore. Infine, mentre in altre nazioni vediamo che la scelta del brand e la fedeltà alla marca è ancora molto significativa, da noi sta crescendo la componente più razionale, con il canale online che si potenzia».

Parlare di player cinesi nel mondo delle telecomunicazioni rischia di tramutarsi immediatamente in un argomento molto scivoloso. Huawei, ad esempio, è stata la pietra angolare della crescente tensione tra Cina e Stati Uniti, iniziata con Donald Trump alla Casa Bianca e poi proseguita conn Joe Biden. Nel nostro Paese la vicenda è complessa, con un sostanziale “ban” dei dispositivi di Huawei nella realizzazione delle infrastrutture per il 5G. Tant’è che l’azienda cinese ha riorientato il proprio business e oggi sta sviluppando (tra l’altro con successo) dispositivi per la guida autonoma. Un recente sondaggio di Kpmg ha indicato il player cinese come il secondo più affidabile e avanzato nello sviluppo di questi sistemi dopo Tesla. «Non abbiamo avuto alcun tipo di problemi di “accoglienza” – conclude Patriarca – e, fortunatamente, l’aspetto geopolitico incide fino a un certo punto nelle nostre valutazioni».