“La professionalizzazione dell’agire filantropico e il delinearsi di una gamma complessa di forme e percorsi di tale agire è un fenomeno che anche in Italia comincia ad avere una storia, qualche cosa di più’ consistente ed articolato di una semplice casistica. Le Università hanno cominciato, dall’inizio del millennio, a riconoscere la legittimità di corsi di formazione e la valorizzazione di figure professionali – program officers ed esecutives – nella gestione delle problematiche e dell’operatività connessa alle azioni e agli interventi di un donare sempre meno estemporaneo – come nella vecchia “beneficenza”- e sempre più’ strategico, coordinato, collaborativo, misurabile e misurato, non solo nelle intenzioni progettuali ma negli effetti evolutivi e di cambiamento sociale. Nel corso degli ultimi vent’anni si è andati oltre al “grant-making” sul modello statunitense che si basa fondamentalmente sui modelli del operare delle grandi fondazioni d’oltre Atlantico. Si tratta di un modello che si innesta su una lunghissima tradizione, su una legislazione evolutiva e attenta al dibattito pubblico, ai rischi di de-legittimazione e infine alle istanze di un mondo sempre più globalizzato.
Non sono certa però che in Italia il modello del grant-making, che ha per protagoniste soprattutto le fondazioni, sia divenuto un modello dominante dell’agire filantropico, anche perché le fondazioni di origine privata – private independent foundations – non hanno mai raggiunto nel nostro paese le dimensioni di imponenza di patrimoni e di vastità numerica che hanno caratterizzato il panorama istituzionale d’oltre Oceano. E poi. non certo da ultimo, perché le “fondazioni di origine bancaria” che hanno generato grandi aspettative e che si sono inizialmente imposte come colossi istituzionali, nel recente passato sono state vittime eccellenti e piuttosto catastrofiche della crisi economia e finanziaria. È significativo che il volume curato da Paola Pierri, tra i più noti e attendibili philanthropy advisor in Italia – “Filantropia. Attori, caratteristiche e prospettive in Italia”, edizioni Aipb – realizzato con metodo e grande competenza, abbia l’intento di legittimare un advisory in grado di rafforzare non solo l’utilità sociale degli interventi, ma anche la coerenza intellettuale, strategica ed operativa e soprattutto un’appartenenza socio-istituzionale capace di generare cooperazione nei circoli del wealth management che “abbracciano” positivamente e strategicamente l’articolarsi, in ambito filantropico, dei grandi patrimoni del private banking. In effetti è il mondo del private banking che ha promosso il libro della Pierri, attraverso la sua associazione di riferimento ed è a questo universo che sembrano fare riferimento le aspettative di incremento dell’ agire filantropico, in una società sempre più impoverita e sempre più orfana di punti di riferimento progettuali, efficaci e non solo intenzionali.
















