di Nicola Spagnuolo, direttore di CFMT

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Un mondo in continua trasformazione e dove la conoscenza e l’informazione proliferano, o per meglio dire esplodono, grazie anche alla loro rappresentazione digitale, ci impone di vedere il processo di apprendimento come un percorso permanente, imprescindibile per le nostre vite.
Come possiamo, dunque, potenziare la nostra capacità di apprendere in modo continuo?
La risposta sta innanzitutto nell’adottare un metodo di apprendimento strutturato e consapevole, che consenta di trasformare l’esperienza in conoscenza e la conoscenza in competenza.
Ma non basta. È fondamentale anche nutrire la curiosità, coltivare l’apertura mentale verso il nuovo e considerare ogni cambiamento come un’occasione di crescita. Solo così la formazione diventa un processo permanente, integrato nella pratica quotidiana del management.
L’indagine PIAAC-OCSE (Programme for the International Assessment of Adult Competencies) ciclo 2, condotta nel 2023, ha valutato le competenze degli adulti tra i 16 e i 65 anni in tre aree principali:
– literacy (comprensione e uso di testi scritti); – numeracy (capacità di utilizzare informazioni matematiche); – adaptive problem solving (risoluzione di problemi in contesti dinamici).
I risultati per l’Italia evidenziano un quadro preoccupante rispetto alla media OCSE: – Literacy: gli adulti italiani hanno ottenuto un punteggio medio di 250, significativamente inferiore alla media OCSE di 273.
– Numeracy: anche in questa area, i punteggi italiani sono inferiori alla media, con un divario che si accentua nelle fasce di età più avanzate.
– Adaptive problem solving: le competenze di problem solving degli italiani risultano tra le più basse, evidenziando difficoltà nell’adattarsi a situazioni complesse e dinamiche.
Questi dati riflettono un divario strutturale italiano rispetto ad altri Paesi. Solo il 20,1% degli italiani tra i 25 e i 64 anni possiede un titolo di studio terziario, contro una media OCSE del 32,8%. Per di più le regioni del Sud Italia mostrano livelli di competenze significativamente inferiori rispetto al Nord. Infine, la partecipazione degli adulti italiani a programmi di apprendimento permanente è tra le più basse in Europa. Questi dati, qui sinteticamente riportati, sembrano avvalorare l’ipotesi che si stia passando da un’economia della conoscenza ad una economia della “Inconoscenza”: The Unknowledge Economy, appunto. Le modalità di apprendimento contemporanee, spesso influenzate dai social media, hanno favorito la diffusione di informazioni per lo più non verificate e spesso non immediatamente verificabili.
Appare evidente come tale paradigma possa risultare dannosamente deleterio per ogni sistema economico e di sviluppo attualmente esistente. Occorre iniziare sin da subito a porre rimedio ad ulteriori generazioni di un paradigma così distorto, cercando le strade più rapide ed efficaci per traghettarci verso il paradigma della “Nuova Conoscenza”, il cui fulcro non potrà che fondarsi attorno allo sviluppo di una nuova coscienza.
Sembra contraddittorio, ma è sempre più evidente, a chi come noi si occupa di formazione, che per imparare  dobbiamo dominare la dimenticanza, rileggerla, utilizzarla come strumento a supporto di una strategia chiara.
Dobbiamo  imparare a “disimparare”. Il concetto di “disimparare” non va inteso come mera cancellazione di competenze, esperienze e tecniche acquisite nel tempo, bensì come adattamento critico revisionale incrementale di quanto già si conosce alla luce dei cambiamenti, interni o esterni, nel frattempo intercorsi.
La formazione è uno strumento strategico a supporto di una crescita personale e professionale: tale strumento aiuta il singolo ad allenare le sue competenze, a scoprirne di nuove e a colmare i gap. L’apprendimento è da intendersi come un percorso, come un allenamento, non come un momento isolato e definitivo. Essere pronti a mettere in discussione e rielaborare le proprie conoscenze è una delle competenze più strategiche per chi opera in contesti complessi e in continua trasformazione. Questa disponibilità ad apprendere e riadattarsi stimola la plasticità cognitiva, favorendo la creazione di nuove connessioni mentali e migliorando la capacità di assimilare e applicare informazioni nuove.
In un ecosistema professionale in rapido mutamento, dove il sapere si rinnova con velocità crescente, la flessibilità mentale diventa una leva chiave: permette di aggiornare continuamente il proprio bagaglio di competenze, leggere con lucidità i cambiamenti e trasformarli in opportunità di crescita personale e organizzativa. Inoltre, disimparare le conoscenze preconcette, spesso portatrici da bias, può incoraggiare una visione più equilibrata e oggettiva del mondo riducendo il rischio di pregiudizi e stereotipi e promuovendo una maggiore apertura mentale.
A questo punto, però, è necessario introdurre una prima distinzione tra due diversi ambiti di riferimento del concetto di formazione: da un lato abbiamo la formazione in “addestramento”, che attiene a competenze specifiche, oggettivamente misurabili e tangibili; dall’altro invece abbiamo le competenze che possiamo definire come “apprendimento educativo”.
La capacità di imparare presuppone dunque anche la capacità di disimparare.
Come ha osservato il premio Nobel per la letteratura André Gide, “non si scoprono terre nuove senza accettare di perdere prima di vista e per molto tempo ogni terra conosciuta”. E quando il contesto – sociale e competitivo – si trasforma in modo rilevante, è fondamentale non solo apprendere il nuovo ma anche disapprendere il vecchio non più utile. Serve una distruzione creatrice anche nelle nostre competenze.