Quando scrivo queste righe, si profila la disponibilità europea ad esentare le multinazionali americane dalla digital service tax nel quadro della negoziazione sui dazi Usa. Come distribuire la tassazione dei profitti derivanti dai servizi sul web, per loro natura senza confini come internet, è questione aperta da anni. Riguarda Meta, Apple, Amazon, Microsoft, Alphabet e Netflix, battezzate con l’acronimo Mamaan, che – data la pervasività nella nostra vita – sembra una trovata orwelliana.
Nel 2024 hanno generato oltre mezzo trilione di dollari di utili prima delle tasse e pagato 72 miliardi di imposte. I manager fanno il loro mestiere nel gestire le transazioni infragruppo per minimizzare le imposte, nel rispetto delle regole. Riportano un Effective Tax Rate del 14% che non è uno scandalo ed è vicino alla minimum tax del 15% che l’Ocse aveva provato a fissare.
La web tax vuole superare l’assenza di regole con due obiettivi: assicurare la tassazione dei redditi generati da attività sulla rete nelle giurisdizioni in cui risiedono fattori produttivi (i dati) e clienti e rendere omogeneo il livello di imposizione tra le imprese digitali e quelle tradizionali. Serviva un adeguamento delle regole Ocse ai nuovi modelli di business e tecnologie, come si era fatto in passato per le società petrolifere.
Nuove norme di ripartizione dei profitti delle big tech vennero definite con l’accordo Ocse-G20 nel ‘21. Tuttavia queste regole non sono entrate né entreranno in vigore, data la contrarietà dell’amministrazione Usa.
Italia e altri Stati europei hanno nel frattempo introdotto una web tax tassando (al 3% da noi) i ricavi generati nel Paese per i servizi forniti sulla rete da grandi imprese. Abrogarla non è solo materia di gettito, il cui importo sarebbe ragionevolmente sacrificabile se si ottenesse la revoca degli extra dazi americani. È anche una questione di equilibri fra Stati membri e di mercato.
In Europa i profitti di Mamaan sono dichiarati prevalentemente in Irlanda, con regimi fiscali agevolati. Chi visita Dublino trova in città più sedi di multinazionali che persone extra-comunitarie. Questo la dice lunga su come i governi irlandesi interpretino l’UE. Se la web tax dovesse cadere, non resterebbe che rivedere l’armonizzazione fiscale fra Stati membri per normalizzare questi “paradisi”.
Sul mercato, i commercianti locali sarebbero penalizzati nella concorrenza con l’e-commerce, aggiungendo la disparità di tassazione al gap tecnologico. Non si potrà lasciare alcuni operatori avvantaggiarsi dell’ immaterialità del digitale e altri pagare il 24% di imposte. Se l’equità fiscale tra le persone è un fatto di giustizia sociale, quella fra le imprese è un fattore di equilibrio dei mercati.
















