Via Orefici, via Moneta, via Zecca, via Del Bollo, via Spadari, via Armorari… La toponomastica racconta una Milano che non è solo la città cosmopolita dallo skyline ridisegnato. Che, a due passi da quella piazza Cordusio ormai in mano ai grandi fondi internazionali, dall’americana Hines al cinese Fosun, serba una storia di corporazioni medievali che qui avevano i propri laboratori. Nel cuore di quello che fu il distretto dei gioiellieri c’è una piccola piazzetta, intitolata ai Borromeo, la famiglia di origine fiorentina che, trasferitasi a Milano, divenne una delle più importanti e influenti della città, legata a doppio filo ai Visconti prima e agli Sforza poi, e che ne secoli successivi, per impegno di Carlo e Federico Borromeo, avrebbe ridato lustro alle chiese cittadine fino alla costituzione dell’Ambrosiana, poco distante. Proprio da quella piazzetta, è cresciuta una sorta di cittadella di proprietà della famiglia Borromeo, dove si organizzavano feste e tornei. Quel palazzo della fine del XV secolo che oggi reca il civico n.12 e che costituisce uno degli esempi più completi e grandiosi dell’architettura gotica, già alla fine del Quattrocento era talmente ricco di opere d’arte da costituire una meta irrinunciabile per ospiti importanti e amanti del bello. Una vocazione che ha mantenuto inalterata nei secoli. Superato il portale coronato da un archivolto con tralci di vite e foglie di quercia scolpite nella pietra, si accede al cortile d’onore, decorato con motivi araldici della famiglia Borromeo, tutt’ora proprietaria dell’edificio. Spostando lo sguardo sulla sinistra del cortile, si nota una porta di vetro in penombra, a chiudere un arco a sesto acuto oltre il quale si intravede il soffitto ligneo. Oltrepassando il varco, si entra nell’anticamera di quella che viene chiamata “la stanza dei giochi”. Qui, gli affreschi dei cosiddetti Giochi Borromeo, realizzati intorno al 1440 da Michelino da Besozzo, già attivo a Pavia e nella Basilica di Sant’Eustorgio a Milano, restituiscono uno spaccato della vita aristocratica del tempo. Sulle pareti i giochi dell’ambiente cortese, il gioco della palla e dei tarocchi. Sotto gli affreschi, una collezione di gioielli in oro lucido, giallo, bianco, impreziositi da onde di diamanti, forme morbide e flessuose che rivelano brillanti sfavillanti incastonati a 45 gradi di una luminosità straordinaria. Lunghissime catene aristocratiche quanto i muri che le ospitano.

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La storica gioielleria Antonini celebra quest’anno il suo centesimo anniversario di nascita con la collezione “Anniversary100”

È Anniversary100, la collezione del centenario di Antonini, storica gioielleria che da 1919 è nel cuore di Milano e che la famiglia Borromeo, proseguendo una tradizione di mecenatismo, ha voluto nel suo storico palazzo. «Sono creazioni a cui teniamo molto», esordisce Sergio Antonini, il direttore creativo del marchio. Sergio Antonini rappresenta la terza generazione dello storico marchio milanese di alta gioielleria. Anche se all’aggettivo “alta”, storce il naso, lui che ha esordito da Harry Winston a New York: «Ho avuto la sfortuna-fortuna di rimanere senza papà giovanissimo», racconta. «Avevo 25 anni – oggi ne ha 58, ndr – e mai avrei pensato di intraprendere questa carriera. Frequentavo un corso di industrial design al Politecnico e finii a New York per una full immersion nella lingua inglese. Avevo bisogno di un lavoro per mantenermi e così finii a fare fotocopie da Henry Winston, nella Trump Tower, in quello che un tempo era il loro petit salon. Petit per il tetto al prezzo dei gioielli: dai 30 ai 50mila dollari. Quando sei giovane, è normale venire “spremuto” e iniziare a esprimere le proprie potenzialità: così anche io iniziai a fare qualche disegno e, dato che da sempre avevo respirato nell’ambiente, venni invitato a cercare un produttore di alta qualità a Valenza. Così iniziai a viaggiare tra New York e l’Italia. Al nome di Henry Winston si spalancava qualsiasi porta, mi sembrava tutto facilissimo. Una trappola, un disastro», scherza lui, che mai avrebbe pensato di calcare le orme del padre e del nonno. E invece: «A quel punto aprii un laboratorio a Milano e iniziai a produrre la mia collezione. E funzionò». Già nel 1996 Antonini si aggiudicò il Diamond International Jewellery Awards nella categoria Best italian jewellery brand collection. Oggi le sue creazioni e i suoi pezzi unici vengono indossati da star come Carrie Underwood, Anne Hataway, Halle Berry, Jennifer Lopez, Taylor Swift, Selena Gomez. Il brand Antonini è presente negli Stati Uniti presso il luxury good department store Bergdorf Goodman, in Canada e Giappone, in Russia, a Mosca a Smolensky Passage, a Nagoya, in Giappone, con un corner da Bols1987. E in Italia, a Firenze da Luisaviaroma, a Portofino. E a Milano, ovviamente, dove da un paio d’anni si sono trasferiti dal negozio di via Manzoni al palazzo di proprietà dei Borromeo, che hanno voluto investire nel brand di alta gioielleria, così come Fope, storico marchio vicentino di preziosi quotato all’Aim, che a gennaio 2017 è entrato nel capitale con una quota del 20%. Con Fope, Antonini condivide anche l’amministratore delegato, Diego Nardin. Con la famiglia Borromeo, Antonini condivide la passione per architettura, design e arte moderna. Negli spazi di piazza Borromeo 12, infatti, grazie alla collaborazione con LCA Studio Legal e il supporto tecnico di Axa XL Art & Lifestyle e Apice, ogni anno accanto agli affreschi quattrocenteschi e alle creazioni uniche di Sergio Antonini si possono apprezzare le installazioni di artisti contemporanei. Le stanze in cui i Borromeo nel Quattrocento si ritrovavano a giocare hanno infatti ospitato le opere di Letizia Cariello, le fotografie di Brigitte March Niedermair, lo studio sui Giochi Borromei di Michele Guido e, in occasione di Miart 2019, le opere scultoree e un intervento site-specific di Mattia Bosco, artista rappresentato dalla Galleria Fumagalli di Milano, che in Val d’Ossola cerca e preleva le pietre dal loro ambiente attorno alle cave per trasformarle in sculture.

Oggi gli spazi di Palazzo Borromeo ospitano, oltre allo showroom Antonini, anche installazioni di artisti contemporanei

Ma i gioielli della collezione Anniversary100 restano protagonisti, a celebrare i primi cento anni del marchio: «Antonini è un marchio del 1919, esattamente lo stesso anno dell’azienda di Mario Bucellati, che peraltro fu testimone di nozze dei miei genitori», racconta Sergio Antonini. «Mio nonno Nullo aveva l’ufficio qui accanto, in via Santa Maria Fulcorina. Lui e mio padre Giulio commerciavano in pietre preziose: in casa, senza rendermene conto, ho svolto un percorso formativo di tutto rispetto. Ricordo la cena di una sera d’estate, in vacanza, in cui mio padre e mio nonno erano disperati perché non riuscivano a trovare le pietre per Maria Callas. Lei aveva i suoi gioielli di scena, che dovevano essere più splendenti di quelli della Tebaldi, la divina sua rivale. Quel set di rubini fu una tragedia: mio padre dovette partire e andare a Parigi perché il colore degli orecchini della Callas non erano perfettamente congrui con quello della riviere che avrebbe indossato al collo». E oggi? «Oggi non è certo come lavorare per le dive di allora. Certo, siamo celebri per i nostri pezzi unici, realizzati su commissione del cliente, insieme al quale cerchiamo e selezioniamo le pietre ed elaboriamo il disegno, pezzi che possono arrivare anche a 100 o 200mila euro. Ma siamo altrettanto noti per le nostre collezioni prêt-à-porter, decisamente più a portata di mano». Sono gioielli i cui prezzi vanno dai 3 ai 25mila euro: «I nostri clienti amano la portabilità delle creazioni Antonini, oggetti legati all’arte contemporanea, con cui condividono il design minimal. Pezzi, soprattutto, che vivono nell’arco dell’intera giornata, senza essere relegati all’evento specifico. Sono le creazioni che mi danno più soddisfazione».