Il patto europeo si chiama “di stabilità e crescita”, ma in concreto l’egemonia che la Germania ha sempre potuto esercitare sulla politica monetaria dell’Unione, più corteggiata che bilanciata dalla Francia, e nella sostanziale ininfluenza degli altri Paesi, ha fatto sì che della seconda finalità, la “crescita”, la politica europea si sia occupata piuttosto poco.
La Banca centrale europea invece non ha mai avuto tra i suoi incarichi quello di sostenere la crescita, diversamente da quanto accade – e con grande utilità per l’economia statunitense – alla Federal Reserve americana.
L’avvento di Mario Draghi alla presidenza della Bce, negli anni della gravissima crisi finanziaria che abbiamo alle spalle, ha rappresentato – in questo quadro – un elemento di forza e garanzia per il sistema. Senza quella sua promessa minacciosa – che cioè la Bce avrebbe difeso i valori dell’euro “whatever iti takes” (quasiasi cosa ciò avesse comportato), e senza gli acquisti di titoli di Stato che ne sono derivati, l’attacco alla moneta europea attraverso la speculazione contro gli Stati più deboli dell’Unione sarebbe stato esiziale, sicuramente pre la Grecia ma forse anche per Italia e Spagna. E quindi per l’Europa. Draghi s’è preso però, così facendo, una grande responsabilità, grazie all’autonomia di cui ha goduto. Perchè lo ha nominato, sì, il Consiglio europeo, ma per statuto la Bce non risponde del suo operato ai governi. Se avesse dovuto rispondere a un governo europeo vero e proprio, dominato magari dai tedeschi, avrebbe potuto far lo stesso? Improbabile.
Dunque il modello Usa resta attraente, ma funziona in un contesto democratico e federale molto diverso da quello europeo. E l’Europa, in verità, sul piano della politica, delle sue regole e del perseguimento di un governo comune è molto indietro, Anzi, non s’è mai mossa.
















