Paolo Cirino Pomicino è morto il 21 marzo 2026, lo stesso giorno in cui gli italiani erano chiamati a votare il referendum sulla giustizia. Una coincidenza che ha il sapore di una parabola. Perché la vicenda giudiziaria di quest’uomo — medico, andreottiano di ferro, ministro del Bilancio, “viceré di Napoli”, simbolo vivente della Prima Repubblica — è essa stessa un manuale impietoso sui meccanismi e i guasti della giustizia italiana.
I numeri, freddi come le sentenze, dicono tutto: quarantadue processi, quaranta assoluzioni, due sole condanne definitive. La prima — un anno e otto mesi — per la MaxiTangente Enimont, i cinque miliardi di lire girati alla Dc. La seconda — appena due mesi, patteggiati nel 2002 — per i fondi neri Eni. Nel 1995 era stato anche arrestato per due settimane con l’accusa di estorsione, salvo poi essere assolto, anche grazie allo sciopero della fame che decise di effettuare pur essendo già allora in precarie condizioni di salute. In due casi si arrivò alla prescrizione: in uno di essi, Pomicino aveva dichiarato di volervi rinunciare, ma il giudice la applicò comunque. Nel 2011 il Tribunale di sorveglianza di Roma gli accordò la piena riabilitazione.
Questo curriculum giudiziario — costruito nell’arco di oltre un decennio, tra il 1993 e i primi anni Duemila — racconta poco di Pomicino e molto di più del sistema che lo ha processato. Quarantadue imputazioni, risorse pubbliche immense consumate, anni sottratti alla vita di un uomo e alla produttività di tribunali già intasati, per approdare a due condanne di fatto simboliche. Tutto il resto: assoluzioni o anche prescrizioni, che non sono – come affermano i forcaioli, una fuga dell’imputato per il rotto della cuffia ma, al contrario, sono il modo con cui la macchina disastrata della giustizia italiana dice “non ce la faccio a comprovare le tue colpe” senza ammetterlo esplicitamente. La prescrizione è nei fatti la nuova “assoluzione per insufficienza di prove”; e non a caso a perseguirla sono le stesse procure, quando realizzano di non “avere le carte” per dimostrare la colpevolezza degli imputati “oltre ogni ragionevole dubbio”, come la legge prescrive di fare e come troppo spesso non avviene.
La morte di Pomicino, nel giorno del referendum, è dunque una freccia piantata nel cuore del dibattito che agita il Paese e che prosegurà con toni aspri a prescindere dal pur importante esito del voto. Il quesito referendario affronta questioni tecniche — la separazione delle carriere, le responsabilità dei magistrati — che possono sembrare marginali rispetto al dramma più grande: l’inefficienza strutturale e l’iniquità di un sistema che processa per anni e senza concludere, che prescrive per non assolvere né condannare, che trasforma l’indagato in imputato eterno, inchiodandolo però alle condanne sommarie della cosiddetta giustizia mediatica, sputtanandolo senza mercè e distruggendo lavoro, reputazione, patrimonio. Senza neanche dover risarcire, se non – e raramente – in misura irrisoria.
Ma proprio per questo il referendum è un segnale, un atto di volontà politica e civile: comincia a smontare il tabù dell’intoccabilità della magistratura, la convinzione — a lungo dominante — che la casta giudiziaria fosse al di sopra di ogni sindacato democratico.
Pomicino non era uno stinco di santo, e lui per primo non avrebbe preteso di passare per tale. Ma il suo caso dimostra che il problema non è la colpa o l’innocenza dei singoli: è la capacità — o l’incapacità — dello Stato di accertarle in tempi ragionevoli e con strumenti proporzionati. Quarantadue processi con solo due condanne per uno stesso uomo sono la fotografia di un sistema che non funziona. E che ha bisogno, da tempo, di essere riformato.
















