PATRIZIO BIANCHI MINISTRO, MARIO DRAGHI, ROBERTO SPERANZA MINISTRO
Draghi non ha smussato il suo decisionismo e rallentato l’azione di governo per  interesse personale, ossia per compiacere tutti i partiti della sua vasta maggioranza e blandirli puntando ad ottenerne il voto per andare al Quirinale. Draghi ha perseguito l’unanimità delle forze di governo sul decreto anti-Covid dell’altro giorno perché conteneva decisioni cruciali e quando le decisioni sono cruciali l’unanimità dei consensi è preziosa.

Un retrogusto che sa di marcia indietro

E’ questo il senso politico della conferenza stampa tenuta dal premier alle 18,15 di un lunedì allietato – si fa per dire – da un piccolo miglioramento dei numeri della pandemia. In un brevissimo prologo Draghi ha marcatamente chiarito che non avrebbe risposto a domande sul Quirinale e i relativi equilibri politici, e ha mantenuto la parola lascendone un paio senza repliche. Ma in realtà ha replicato, eccome, all’accusa che da più parti gli era stata mossa, appunto quella di aver perduto la verginità da interessi confligenti con l’essersi apertamente detto disponibile all’elezione al Colle. Ha ribadito più e più volte perché persegue l’unanimità, non ha commentato volutamente il durissimo attacco subito dal governatore della Campania De Luca ed ha invece con una vena ironica ripreso volentieri la dichiarazione del governatore della Puglia Emiliano: «Ha detto che è sempre d’accordo con Draghi anche se non è convinto».
Una mossa tattica molto opportuna, dunque, che ha un retrogusto di marcia indietro rispetto a quella che – forse al di là delle sue intenzioni – era stata letta “urbi et orbi” come un’autocandidatura, nel discorso di fine anno: un’eccessiva disponibilità a cambiare incarico considerando ormai impostata la parte essenziale del compito che la storia ha affidato a questo governo. Un retrogusto di marcia indietro, però: non una vera e propria autosmentita. Perché «non risponderò ad alcuna domanda su Quirinale».

Ma a questo punto si va verso un Mattarella-bis? 

E dunque come impatta questa svolta sui giochi politici in corso per il Colle?
Accentuando, paradossalmente, la forza di chi con pervicacia ritiene necessario imporre a Mattarella, con la forza dei numeri, il rinnovo del mandato, contando forse con un po’ di leggerezza sul fatto che un presidente “per forza” avrebbe più ragioni di chiunque altro a rimettere il mandato a fine legislatura, dopo l’elezione del nuovo e diverso Parlamento che uscirà dalla (peraltro pessima) riforma elettorale varata da questo.
Se Draghi è fuori dai giochi per il Quirinale, con tutta la sua credibilità “super partes” comunque impareggiabile da qualunque altre dei nomi finora circolati, quale dei tre blocchi che oggi si dividono, più o meno, il potere del voto tra i Grandi Elettori, avrà abbastanza forza per imporre agli altri due un proprio candidato senza far saltare di conseguenza il governo, che è quanto tutti i parlamentari in carica temono come Dracula teme l’aglio? Nessuno. E dunque ben venga un Mattarella bis. Checchè ne abbia finora detto l’interessato…