La partita tra Deliveroo e la Procura di Milano entra in una fase decisiva. Dopo l’amministrazione giudiziaria disposta a marzo nell’ambito dell’inchiesta sul presunto caporalato, il gruppo del food delivery sta lavorando a una possibile intesa che interviene soprattutto sul terreno delle retribuzioni. Il nodo, però, resta più ampio: per gli inquirenti non basta aumentare i compensi se non cambia anche il modello con cui viene organizzato il lavoro dei rider.

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La proposta: 14 euro lordi l’ora e 3,77 euro a consegna

Secondo quanto riportato dal Sole 24 Ore, Deliveroo starebbe valutando una remunerazione fino a 14 euro lordi all’ora, accompagnata da un aumento del compenso per singola consegna a 3,77 euro. Se l’accordo verrà formalizzato e approvato dall’amministratore giudiziario nominato dal gip di Milano, il nuovo schema potrebbe entrare in vigore già da settembre. La trattativa resta comunque aperta e i dettagli economici definitivi dovranno essere messi nero su bianco.

La proposta

La proposta non comporterebbe, almeno allo stato attuale, l’assunzione dei rider come lavoratori dipendenti. Deliveroo continua infatti a non condividere l’ipotesi della subordinazione, che rappresenta invece uno dei punti centrali nell’impostazione della Procura. È proprio questa distanza a rendere il confronto più complesso: da una parte il tentativo dell’azienda di intervenire sulle condizioni economiche, dall’altra la volontà degli inquirenti di incidere sulla natura del rapporto di lavoro.

La cautela della Procura

Il pm Paolo Storari starebbe esaminando la proposta senza una chiusura preventiva, ma mantenendo una posizione prudente. Il punto da verificare è se il nuovo meccanismo possa garantire una remunerazione effettiva adeguata e superare le criticità che hanno portato all’amministrazione giudiziaria. Per la Procura, tuttavia, il riconoscimento di un rapporto subordinato continuerebbe a rappresentare la soluzione più coerente con l’organizzazione concreta dell’attività.

Il precedente Glovo

Un’indicazione significativa arriva dal procedimento che riguarda Glovo, dove Storari ha già espresso parere contrario alla sospensione dell’amministrazione giudiziaria. Nel suo intervento il magistrato ha richiamato anche il recente “decreto primo maggio”, ritenuto rilevante nell’interpretazione dei rapporti tra piattaforme e rider. Sempre nel caso Glovo, il pm ha contestato la reale consistenza degli aumenti salariali, sostenendo che una parte dell’incremento sarebbe neutralizzata dalla riduzione delle ore riconosciute.

Il nodo degli account e il rischio di “caporalato digitale”

La questione economica si intreccia con il funzionamento stesso delle piattaforme. La preoccupazione degli inquirenti è che la gestione dell’attività attraverso gli account digitali possa favorire forme di lavoro a cottimo e produrre, nei fatti, una compressione del compenso orario. È su questo terreno che l’inchiesta assume una portata più ampia rispetto alla sola determinazione della paga. L’obiettivo della Procura sarebbe quindi quello di verificare se il sistema consenta forme di intermediazione o organizzazione del lavoro assimilabili a un “caporalato digitale”. In questa prospettiva, un semplice aumento della tariffa per consegna potrebbe non essere considerato sufficiente se non accompagnato da modifiche strutturali alle modalità con cui vengono assegnati gli ordini, conteggiati i tempi e determinato il reddito effettivo dei rider.

Dalle paghe contestate alla ricerca di un nuovo equilibrio

L’inchiesta era partita dall’ipotesi che alcuni rider ricevessero compensi troppo bassi rispetto alle ore effettivamente lavorate. Si parlava di circa 3 euro a consegna e di redditi mensili nell’ordine dei mille euro. Nel decreto che aveva disposto l’amministrazione giudiziaria, il gip aveva inoltre evidenziato la distanza tra il reddito netto annuo dichiarato da molti rider e i livelli previsti dal contratto nazionale di riferimento.