Dal WE Forum di Davos Zelensky chiede nuove sanzioni. Il presidente insiste: non bisogna aspettare che la Russia usi armi chimiche e ribadisce il suo appello a imporre a Mosca il “massimo” delle sanzioni che, ha evidenziato, ancora non sono state imposte.
Un mix di sanzioni totali e interventi contro la carestia alimentare
Di che cosa si tratta? «Embargo petrolifero russo. Blocco completo di tutte le banche senza eccezioni – tutte. Completa cessazione del commercio con l’aggressore per mantenere la pace per decenni».
Zelensky invoca anche misure contro la carestia e per la sicurezza alimentare, messa a repentaglio dal blocco dei porti ucraini e dalla cosidetta ‘guerra del grano’ scatenata dalla Russia e propone «un’organizzazione di Stati esportatori di cibo responsabili e democratici che possano agire nel rispetto dei diritti umani e delle regole del commercio globale. La nostra motivazione è molto semplice».
Il vicecancelliere tedesco Robert Habeck evoca chiaramente la recessione «non la prevediamo, ma non si può escludere e comunque il 2022 sarà un anno molto, molto duro». Recessione significherebbe far precipitare l’economia globale in un nuovo shock economico proprio quando ci si aspetta un anno di rinascita, dopo lo shock pandemico. Ma dal Giappone arrivano le dichiarazioni del presidente Biden «una recessione non è inevitabile».
Alla fine cosa faranno la Fed e la Bce?
Tutto dipenderà dagli sviluppi dell’aggressione russa in Ucraina, dalle decisioni di Pechino, dall’impatto che il dollaro forte avrà sulle economie emergenti (si rischia uno shock per i più indebitati in valuta estera). Ma anche dalle banche centrali. Perché se la Fed va dritta come un treno sulla sequenza di rialzi aggressivi dei tassi da mezzo punto, la presidente della Bce Christine Lagarde cerca di delineare la roadmap graduale di Francoforte: dopo un rialzo dei tassi a luglio, la Bce potrebbe “essere in grado di uscire dai tassi di interesse negativi entro la fine del terzo trimestre”. Parole che implicano, col tasso sui depositi ora a -0,50%, due rialzi da 25 centesimi, uno a luglio, uno a settembre. “L’accordo è praticamente fatto, perché c’è consenso crescente”, spiega a Davos il governatore francese Francois Villeroy de Galhau. Che però indiscrezioni rimbalzate sulla Bloomberg s’incaricano subito di smentire: l’uscita di Lagarde avrebbe fatto arrabbiare i falchi, che vorrebbero una stretta più aggressiva.
Apple guarda oltre Davos e la Cina
Tra tante incertezze ed esitazioni sembra invece decisa la mossa di Apple che guarda oltre la Cina e chiede ai suoi fornitori di rafforzare la produzione fuori dal paese. Complici i lockdown per il Covid, Cupertino torna all’attacco su un piano a cui stava lavorando già prima della pandemia ma che era stata costretta ad abbandonare proprio a causa del coronavirus, ovvero ridurre la produzione cinese e scommettere su altri paesi.
India e Vietnam sarebbero in pole position ma per Apple si tratta di una partita molto complessa. Da una parte, riporta il Wall Street Journal, Cupertino vorrebbe limitare la sua esposizione alla Cina per i lockdown ma anche per le tese relazioni fra Washington e Pechino e per la mancata condanna cinese della guerra della Russia in Ucraina. La Cina però offre a Cupertino dipendenti altamente qualificati a basso costo e soprattutto rappresenta un quinto delle sue vendite globali.
Sulla carta l’India è il paese meglio posizionato per ‘sostituire’ almeno in parte la produzione cinese. Alcuni dei fornitori di Cupertino sono infatti già presenti nel paese dove producono iPhone per il mercato locale in forte crescita. Uno dei maggiori problemi che l‘India però presenta è quello di rapporti tesi con la Cina, il che rende le relazioni commerciali fra i due paesi difficili. Proprio per questo alcuni contractor di Apple starebbero valutando un’eventuale espansione in Vietnam o in altri paesi del sud est asiatico.
Un’eventuale spostamento di parte della produzione di Apple dalla Cina rischia di avere ricadute pesanti. Potrebbe infatti spingere altre aziende a fare lo stesso con effetti non da poco sull’economia cinese, già in forte rallentamento a causa del Covid. Inoltre una presa di posizione di Cupertino segnalerebbe come gli eventi geopolitici in corso sono destinati ad avere conseguenze di lungo termine, con una possibile modifica degli equilibri economici.
















