Da una cameretta di Bari alla F1: un successo in 3D

La passione di un diciottenne “smanettone”, l’entusiasmo e la forza di un giovane incentivati da una buona dose di genialità. I tentativi nati in una cameretta di adolescente e poi il grande salto: la loro trasformazione in realtà. È una storia degna della Silicon Valley quella da cui prende vita l’italianissima Roboze, specializzata nella produzione di stampanti 3d. Fondata nel 2013 a Bari dall’allora poco più che ventenne Alessio Lorusso, oggi l’azienda conta venti dipendenti e commissioni da far invidia a una multinazionale: sono fornitori, fra gli altri, di Airbus Germania, General Electric Usa e del gruppo italiano di elicotteri di lusso Aviation Group: «Avevo intuito un potenziale spaventoso nel segmento delle stampanti 3d», racconta Lorusso, «e così decisi di acquistare dall’Inghilterra il mio primo kit da smanettone, che montai da solo in camera mia nel giro di quattro mesi». Un’azienda nata giovane e dove a tutt’oggi l’età media è di 28 anni, ma non per questo sprovveduta. Tant’è vero che a capo delle vendite e dello sviluppo del business c’è l’israeliano Gil Lavi, che ha alle spalle un’esperienza pluriennale in società come Indigo (HP) e Scitex.

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«Notai che sul mercato le stampanti si dividevano in due: quelle di fascia alta da 200 mila euro e quelle di fascia bassa da 500 euro»

Il passaggio dall’idea all’impresa è giunto al termine di un periodo importante, di «esplorazione e di studio»: «Posizionare il mio prodotto nella fascia media», dove non c’erano competitor. «Notai che le stampanti sul mercato si dividevano in due: quelle di fascia alta, da 200 mila euro, e quelle di fascia bassa, da 500 euro», racconta ancora Lorusso. Le prime appannaggio di grandi aziende, le seconde adatte solo ad appassionati. «Decisi allora di creare una macchina destinata a un target price medio». E nel marzo 2015 ecco nascere Roboze One, «con cui ho brevettato una tecnologia nuova» spiega l’amministratore delegato. Non più a cinghie, bensì a ingranaggi. In parole povere, una tecnica che non solo consente di evitare le deformazioni che col tempo sono inevitabili in una stampante a cinghie, ma anche di essere più precisi: la precisione è di 50 micron – un capello umano misura 70 micron, tanto per intenderci. Il target sono quindi le piccole e medie imprese. A dispetto delle piccole dimensioni dell’azienda, l’intuizione si rileva vincente e Roboze comincia ad assumere personale, a incassare commesse importanti. E Lorusso si spinge oltre. Quattro mesi fa rivela la sua seconda creatura, che nasce dall’idea di rendere la stampante parte integrante del processo produttivo. «Il risultato non è più utilizzarla solo per un test o un oggetto estetico, ma un prodotto finito e altamente performante». Non a caso, oggi in alcune scuderie di Formula 1 si trovano stampanti firmate Roboze: «In questo modo possono produrre al momento dei componenti chiave, in base alle condizioni meteorologiche per esempio». Oggi l’azienda pugliese è presente in diciotto Paesi in Europa e poi in India, Corea del Sud, Israele e Turchia. E quest’anno, gli Usa.