
«Notai che sul mercato le stampanti si dividevano in due: quelle di fascia alta da 200 mila euro e quelle di fascia bassa da 500 euro»
Il passaggio dall’idea all’impresa è giunto al termine di un periodo importante, di «esplorazione e di studio»: «Posizionare il mio prodotto nella fascia media», dove non c’erano competitor. «Notai che le stampanti sul mercato si dividevano in due: quelle di fascia alta, da 200 mila euro, e quelle di fascia bassa, da 500 euro», racconta ancora Lorusso. Le prime appannaggio di grandi aziende, le seconde adatte solo ad appassionati. «Decisi allora di creare una macchina destinata a un target price medio». E nel marzo 2015 ecco nascere Roboze One, «con cui ho brevettato una tecnologia nuova» spiega l’amministratore delegato. Non più a cinghie, bensì a ingranaggi. In parole povere, una tecnica che non solo consente di evitare le deformazioni che col tempo sono inevitabili in una stampante a cinghie, ma anche di essere più precisi: la precisione è di 50 micron – un capello umano misura 70 micron, tanto per intenderci. Il target sono quindi le piccole e medie imprese. A dispetto delle piccole dimensioni dell’azienda, l’intuizione si rileva vincente e Roboze comincia ad assumere personale, a incassare commesse importanti. E Lorusso si spinge oltre. Quattro mesi fa rivela la sua seconda creatura, che nasce dall’idea di rendere la stampante parte integrante del processo produttivo. «Il risultato non è più utilizzarla solo per un test o un oggetto estetico, ma un prodotto finito e altamente performante». Non a caso, oggi in alcune scuderie di Formula 1 si trovano stampanti firmate Roboze: «In questo modo possono produrre al momento dei componenti chiave, in base alle condizioni meteorologiche per esempio». Oggi l’azienda pugliese è presente in diciotto Paesi in Europa e poi in India, Corea del Sud, Israele e Turchia. E quest’anno, gli Usa.
















