«Oggi le organizzazioni tradizionali di stampo mafioso riescono a costruire link forti sul piano tecnologico per aumentare i loro proventi illeciti». Francesco Cajani, sostituto procuratore della Repubblica presso la Sezione Distrettuale Anti Mafia e Anti Terrorismo di Milano e un tempo componente del pool dei reati informatici, è uno dei magistrati che si sono occupati per primi di cybercrime in Italia.
Scommesse online nelle mani della ‘ndrangheta
Al convegno organizzato da Economy sul tema “Cybercrime e gestione del rischio in azienda” ha raccontato, come esempio del legame tra cyberattacks e criminalità organizzata, una delle tante indagini che ha seguito personalmente.
«Anni fa un articolo di stampa riferiva il fatto che il clan calabrese dei Tegano di Reggio Calabria poteva disporre di persone che viaggiavano ogni tanto nell’Est Europa per curare i loro interessi in quei territori – ha spiegato – in quel periodo, come Procura, eravamo concentrati in un’indagine sul fenomeno delle truffe on line che seguivamo fin dal 2008. Nello stesso giorno in cui è uscito l’articolo, su una chat che potevamo controllare grazie a un trojan introdotto sul telefonino, uno dei componenti del clan ha mandato parte di questo articolo ai suoi sodali scrivendo “parlano di me”. Da questo spunto è partita un’altra indagine che si è andata a incrociare con una della Dda di Reggio Calabria. È emerso che le organizzazioni mafiose locali utilizzavano la tecnologia per bypassare le restrizioni, imposte in Italia, alla raccolta di scommesse on line, con un sistema di interconnessione tra i punti di gioco italiani e i server esteri. Un sistema che costituisce schermo tecnologico grazie al quale la ‘ndrangheta tiene banco nel mondo delle scommesse. Le regole sembrano rispettate sul piano formale, ma in realtà non è così».
Cyber-reati, le contromosse dell’autorità giudiziaria
Per Cajani «indagini di questo tipo sono la riprova che lo strumento tecnologico utilizzato per commettere reati può essere facilmente intercettato da bravi investigatori. Bisognerebbe andare a capire – ha puntualizzato però – perché non si riesce a intervenire quando la criminalità organizzata di stampo mafioso e terroristico usa schermi tecnologici che di per sé sarebbero superabili.
Le organizzazioni criminali usano strumenti di comunicazione che nascono già protetti e pronti a non essere intercettati. Cosa ne è di tutta questa fetta di attività illecita e delle possibili contromosse che l’autorità giudiziaria mette in campo? Tendenzialmente ci sono telefoni che possono essere venduti perché a prova di intercettazione. A volte, con degli appositi programmi però, le polizie estere, con attività al limite dell’hackeraggio, sono riuscite a intervenire, riprendere i dati e restituirli».
Cryptovalute, perché non si riesce a sequestrarle?
«Si parla di molti soldi per i riscatti, ma tendenzialmente le cripto valute vengono spesso dimenticate – così ha concluso la sua analisi – Eurojust ha prodotto delle linee guida per il sequestro delle valute digitali. Ma manca la formazione e anche le dotazioni tecniche. Bisogna ammettere che, anche se siamo in grado di individuare i bitcoin, nel mondo della giustizia abbiamo difficoltà a trovare chi possa aprire un wallet, non è nemmeno nei poteri del Procuratore avere un’autonomia finanziaria di questo tipo. Di regola ci appoggiamo a dei consulenti, ma quasi tutti in Europa ci dicono che hanno un’autorità giudiziaria o amministrativa appositamente deputata ad affrontare i flussi di criptovalute».
















