
L’eno-sistema del territorio
In un’economia globalizzata dove l’apporto del territorio di origine delle merci è sempre meno importante, il settore vitivinicolo continua a distinguersi – ed è questo forse il suo valore più prezioso – perché la produzione non è delocalizzabile. Nel campo dei vini di qualità il territorio (o il terroir, alla francese) continua e continuerà fare la differenza: è il combinato disposto tra microclima, terreno, esposizione al sole e al vento, che, di fatto, non è replicabile. Dunque, con l’ecosistema i vini hanno un rapporto quasi simbiotico. Dal Tignanello (Antinori) alle Pergole Torte (Montevertine), dal Grattamacco al Boscarelli, dalla Vigna L’Apparita (Castello di Ama) fino al Paleo (Le Macchiole): se i cosiddetti “Supertuscans” che tengono alte le insegne del vino italiano sono allo stesso tempo causa ed effetto del successo del territorio di provenienza, ciò vale a maggior ragione per Bolgheri, autentica El Dorado dell’enologia made in Italy. Ciò che questo territorio ha dato ai suoi vini – terreni sabbiosi e limosi, particolari condizioni di altitudine e di esposizione a sole e vento – i vini gliel’hanno restituito, con gli interessi, sotto forma di notorietà trasversale con riflessi positivi anche sull’indotto turistico della zona. Un vero e proprio “eno-sistema” che ha fatto di Bolgheri un brand-moltiplicatore del valore economico delle sue bottiglie.

La storia, però, parte da lontano. E precisamente dall’intuizione di una manciata di imprenditori visionari e lungimiranti, con il marchese Mario Incisa della Rocchetta in testa, che nel 1944 iniziò a sperimentare col Cabernet nella Tenuta di San Guido, ponendo le basi di quel Sassicaia che 25 anni più tardi – grazie al figlio Nicolò e all’enologo Giacomo Tachis – avrebbe iniziato a conquistare il mondo, intimorendo persino i cugini d’Oltralpe. «Il loro esempio – spiega il presidente del consorzio di tutela Bolgheri Doc, Federico Zileri Dal Verme – è stato seguito, successivamente, da nomi altrettanto importanti come Gaja, Folonari, Allegrini o Berlucchi, che hanno portato Bolgheri agli attuali 1200 ettari di vigneti e alla creazione della Doc per il bianco e rosato prima (1984) e per il rosso poi (1994)». A portare i vini di Bolgheri a raggiungere prezzi importanti, oltre alla qualità eccelsa delle oltre 6 milioni di bottiglie prodotte, sono la limitata ampiezza geografica del territorio e un’intelligente politica di posizionamento commerciale: se il Doc base oscilla tra i 12 e i 20 euro, il Superiore va dai 40 ai 100 euro. Etichette che finiscono sia sul mercato interno, in crescita significativa, sia sulle tavole di Usa, Svizzera e dei paesi asiatici dove sono particolarmente apprezzate la bassa acidità e i tannini morbidi.
Tra autarchia e stile libero
Si potrebbe pensare che l’affare-Bolgheri abbia fatto gola ai colossi internazionali, ma non è così: «Dei 45 produttori del consorzio – puntualizza Zileri Dal Verme – solo un paio afferiscono a proprietà straniere: Tenuta Argentiera, con l’imprenditore austriaco Stanislaus Turnauer, e Tenuta Le Colonne, del petroliere argentino Bulgheroni». L’ultima acquisizione in effetti è italianissima: quella cioè dell’azienda campana Feudi di San Gregorio che nel febbraio 2016 ha acquistato la cantina e i vigneti di Campo alle Comete (15 ettari vitati di Merlot, Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc, Syrah e Petit Verdot) e ha già ha messo sul mercato la prima annata dell’ambasciatore della casa: Bolgheri Doc Stupore 2015. Del successo del brand-Bolgheri, sul territorio riescono comunque a beneficiare anche coloro non hanno i terreni o le vigne migliori. Nella Toscana dei disciplinari stringenti e della valorizzazione dei vitigni autoctoni, Bolgheri, del resto ha cercato la sua individualità controcorrente, con un disciplinare flessibile e vitigni internazionali – Cabernet Franc, Cabernet Sauvignon e Merlot – mentre il Sangiovese “pesa” appena l’1,5% della superficie vitata. In altre parole, una volta stabiliti parametri come la resa per ettaro, i vignaioli sono liberi di scegliere lo stile del vino, col risultato che oggi monovitigni come il Masseto coesistono con i blend che rappresentano l’85% della produzione. «Tutto ciò ci consente grande libertà d’espressione – conclude Zileri Dal Verme – i grandi vini di Bolgheri, pur con stili differenti, hanno tracciato una strada che altri hanno seguito».
















