Bolgheri, l’El Dorado dei “fine wines”

Basta un tris di nomi – Ornellaia, Sassicaia, Masseto – per far brillare gli occhi agli intenditori di bottiglie pregiate di tutto il mondo. E non solo per la gradevolezza e la qualità nel bicchiere. Etichette come queste, rappresentano, allo stato, veri e propri “beni-rifugio”, valutati migliaia di euro in tutte le aste internazionali del settore. Eppure, la loro area di provenienza, Bolgheri, sulla costa toscana, fino a 30 anni fa era un luogo pressoché sconosciuto alla ribalta vinicola mondiale. Oggi invece, questo piccolo paesino della Maremma livornese, che vanta più vigneti che abitanti, è famoso in tutto il pianeta per essere un’area feconda che trasforma in oro (quasi) tutti i vini prodotti dai suoi filari di vite. L’ultima conferma è arrivata, a inizio anno, quando Liv-ex, l’indice del mercato dei “fine wines” che monitora gli scambi delle più importanti etichette vinicole, ha registrato, nella top 100 del 2016 dei prezzi medi per cassa, l’ottavo posto di Masseto (del quale tre anni fa da Sotheby’s vennero battuti 15 litri a 50mila euro), classificando invece il Sassicaia al primo posto nella graduatoria per quantità vendute, con quasi 20mila bottiglie piazzate sul mercato.

L’eno-sistema del territorio

In un’economia globalizzata dove l’apporto del territorio di origine delle merci è sempre meno importante, il settore vitivinicolo continua a distinguersi – ed è questo forse il suo valore più prezioso – perché la produzione non è delocalizzabile. Nel campo dei vini di qualità il territorio (o il terroir, alla francese) continua e continuerà fare la differenza: è il combinato disposto tra microclima, terreno, esposizione al sole e al vento, che, di fatto, non è replicabile. Dunque, con l’ecosistema i vini hanno un rapporto quasi simbiotico. Dal Tignanello (Antinori) alle Pergole Torte (Montevertine), dal Grattamacco al Boscarelli, dalla Vigna L’Apparita (Castello di Ama) fino al Paleo (Le Macchiole): se i cosiddetti “Supertuscans” che tengono alte le insegne del vino italiano sono allo stesso tempo causa ed effetto del successo del territorio di provenienza, ciò vale a maggior ragione per Bolgheri, autentica El Dorado dell’enologia made in Italy. Ciò che questo territorio ha dato ai suoi vini – terreni sabbiosi e limosi, particolari condizioni di altitudine e di esposizione a sole e vento – i vini gliel’hanno restituito, con gli interessi, sotto forma di notorietà trasversale con riflessi positivi anche sull’indotto turistico della zona. Un vero e proprio “eno-sistema” che ha fatto di Bolgheri un brand-moltiplicatore del valore economico delle sue bottiglie. 

Non solo marketing

La storia, però, parte da lontano. E precisamente dall’intuizione di una manciata di imprenditori visionari e lungimiranti, con il marchese Mario Incisa della Rocchetta in testa, che nel 1944 iniziò a sperimentare col Cabernet nella Tenuta di San Guido, ponendo le basi di quel Sassicaia che 25 anni più tardi – grazie al figlio Nicolò e all’enologo Giacomo Tachis – avrebbe iniziato a conquistare il mondo, intimorendo persino i cugini d’Oltralpe. «Il loro esempio – spiega il presidente del consorzio di tutela Bolgheri Doc, Federico Zileri Dal Verme – è stato seguito, successivamente, da nomi altrettanto importanti come Gaja, Folonari, Allegrini o Berlucchi, che hanno portato Bolgheri agli attuali 1200 ettari di vigneti e alla creazione della Doc per il bianco e rosato prima (1984) e per il rosso poi (1994)». A portare i vini di Bolgheri a raggiungere prezzi importanti, oltre alla qualità eccelsa delle oltre 6 milioni di bottiglie prodotte, sono la limitata ampiezza geografica del territorio e un’intelligente politica di posizionamento commerciale: se il Doc base oscilla tra i 12 e i 20 euro, il Superiore va dai 40 ai 100 euro. Etichette che finiscono sia sul mercato interno, in crescita significativa, sia sulle tavole di Usa, Svizzera e dei paesi asiatici dove sono particolarmente apprezzate la bassa acidità e i tannini morbidi. 

Tra autarchia e stile libero

Si potrebbe pensare che l’affare-Bolgheri abbia fatto gola ai colossi internazionali, ma non è così: «Dei 45 produttori del consorzio – puntualizza Zileri Dal Verme – solo un paio afferiscono a proprietà straniere: Tenuta Argentiera, con l’imprenditore austriaco Stanislaus Turnauer, e Tenuta Le Colonne, del petroliere argentino Bulgheroni». L’ultima acquisizione in effetti è italianissima: quella cioè dell’azienda campana Feudi di San Gregorio che nel febbraio 2016 ha acquistato la cantina e i vigneti di Campo alle Comete (15 ettari vitati di Merlot, Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc, Syrah e Petit Verdot) e ha già ha messo sul mercato la prima annata dell’ambasciatore della casa: Bolgheri Doc Stupore 2015.  Del successo del brand-Bolgheri, sul territorio riescono comunque a beneficiare anche coloro non hanno i terreni o le vigne migliori. Nella Toscana dei disciplinari stringenti e della valorizzazione dei vitigni autoctoni, Bolgheri, del resto ha cercato la sua individualità controcorrente, con un disciplinare flessibile e vitigni internazionali – Cabernet Franc, Cabernet Sauvignon e Merlot – mentre il Sangiovese “pesa” appena l’1,5% della superficie vitata. In altre parole, una volta stabiliti parametri come la resa per ettaro, i vignaioli sono liberi di scegliere lo stile del vino, col risultato che oggi monovitigni come il Masseto coesistono con i blend che rappresentano l’85% della produzione. «Tutto ciò ci consente grande libertà d’espressione – conclude Zileri Dal Verme – i grandi vini di Bolgheri, pur con stili differenti, hanno tracciato una strada che altri hanno seguito».