Nft by di Luca D'Urbino

Se avete letto QUI sapete in cosa ci siamo imbarcati con Luca D’Urbino e Knobs. Se avete letto QUI e QUI sapete anche a che punto siamo arrivati: al bivio. Da una parte ci sono le “gallerie” (piattaforme come ReasonedArt, la prima galleria d’arte digitale italiana, o ItaliaNft, che si sta posizionando come piattaforma Nft dedicata al made in Italy non necessariamente artistico), dall’altra i collectibles come il Bored Ape Yacht Club o i Cryptopunk, la cui proprietà intellettuale tra l’altro ora è passata in un’unica mano, ma anche una marea di collezioni di puppets più o meno insignificanti, che però se agganciati all’influencer giusto scatenano speculazioni interessanti. Ci sta provando persino Vittorio Sgarbi con le sue cryptocapre. «La verità è che coi collectibles si rischia di fare un buco nell’acqua, ci spiega Lorenzo Petrangeli, project manager di Knobs, che ci sta accompagnando nella nostra avventura nel mondo degli Nft. «Nella torta dei collectibles il 99% lo fa il marketing». Sarà per questo che ultimamente veniamo bersagliati da offerte di collaborazione. Un… come definirlo? Pioniere della blockchain? Stratega digitale? Insomma, uno di quelli che mangiano pane e btc layer, dex, tps, drop, cross-chain, qualunque cosa significhino (non chiedetelo certo a noi) si è fatto avanti per spiegarci un po’ di cose che avevamo sì intuito, ma senza cogliere nella loro brutalità. «Senza una strategia sui social media non andrete da nessuna parte», ci ha avvertiti: «c’è tutta una tokenomics dietro agli Nft. Che tradotto, significa che bisogna avere i compratori ancora prima del prodotto. Diciamo che sotto questo profilo gli Nft, o meglio i collectibles, sono parenti stretti del multilevel marketing: più gente entra nel giro, più ci si guadagna. E a guadagnarci di più sono soprattutto i primi a salire sul carro.

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Basta pagare?

«Per creare una community ci vogliono mesi, ma se volete… io ce l’ho già pronta», è stato in sostanza il succo del discorso. E sul piatto ci ha messo la sua conoscenza dei crypto-influencer, il network, i social giusti… che ovviamente non sono i soliti Facebook, Twitter e Instagram che bazzichiamo noi, che «sono solo vetrine». E noi ingenui, che per esempio su Instagram (dove comunque Zuckerberg ha promesso arriveranno presto gli Nft) ci siamo messi a seguire Nftitalia convinti fosse il gruppo di riferimento nel nostro Paese. Ma già guardando i commenti ai post avremmo dovuto capire come funziona il giro del fumo. Intanto perché i commenti a ogni post solitamente raramente superano la decina – segno che tutto questo interesse forse non c’è? – e poi per il tenore. Si va dal commento di upland_ita «Il mondo delle Nft è variabile ed in crescita. Sulla blochain – scritto proprio così, ndr – di Eos è stato inventato il gioco di trading immobiliare Upland. Se ti incuriosisce puoi contattarmi o iscriverti https://r.upland.me/Heb9 (bonus sul primo acquisto)» a quello di _aaditya__2: «Promote it on @opensea_community», poi rashmi__515 con il suo «Promote it on @nft__forever», a seguire nft.vv9 con «Send pic to @the.arts.world._», psgi_ll1 con «Dm on? @NFTBOOSTS», abhirajkashyap con «promote it on @NFT_GETAWAY» e così via, sparando nel mucchio tentando di attirare l’attenzione, spesso dichiarando di aver «fatto» qualche decina di «k» su questo o quel canale. Basta questo a convincerci che il nostro stratega ha ragione: Instagram è solo una vetrina. Fatta male, per giunta.

 

Non tutti i social sono uguali

E quindi? «I social che funzionano sono Telegram e soprattutto Discord», social familiare agli adolescenti in quanto in ambito gaming, che è una forma evoluta delle vecchie chatroom – ve le ricordate? Sembra passato un secolo – in cui oltre a chiacchierare si può anche giocare a un videogame o giocare in multiplayer. C’è tutto un sistema per “pompare” il valore degli Nft collezionabili – e se ci avete seguiti sapete perfettamente di cosa stiamo parlando – in cui ognuno fa (e ci guadagna) la sua parte. «Si chiama growthacking», ci dice. Non c’è bisogno che ci spieghi cosa significhi. E dato che tutto ha un prezzo, quanto costa un etto di growthacking? «Ci vogliono almeno 20 o 30 mila dollari – «non avrai altra fiat al di fuori del dollaro” è il mantra del mondo crypto, ve l’avevamo già detto, ndr – per una promozione, con 40 mila più altri 10 per il nostro lavoro ci si possono ragionevolmente attendere vendite per 300 mila dollari.. Certo, ci vuole una certa predisposizione per il gambling, ma è impossibile non fare almeno il 50% delle vendite». Garanzie? Nessuna? Referenze? Nessuna. «Ci muoviamo molto nel dark web, figuriamo giusto come partita Iva. Io seguo progetti anonomi, non ci sono case history»… Insomma, tocca fidarsi.

 

Sembrano barlafùs, ma…

Ma esistono realtà che seguono le community di influencer Nft? «Certamente», ci tranquillizza Lorenzo. «Di solito però sono le celebrità che muovono un po’ il mercato degli Nft» e ci fa l’esempio del deejay Steve Akoy, che noi giustamente non avevamo mai sentito nominare prima, che ha pure fondato il suo metaverso A0K1VERSE.

«Insomma, si tratta di persone già famose prima, con milioni di follower. In Italia ci sono cryptoinfluencer, ma sono abbastanza sfigati – l’ha detto Lorenzo eh, ndr – che portano magari migliaia di persone su Youtube, E poi a fare questo servizio ci sono le agenzie o i singoli con questo particolare know how». Come il nostro, appunto, che ci ha anche formulato un preventivo dettagliato. Ci pensiamo e poi, casomai, vi diciamo. «Noi, come NftFactory», ci tranquillizza Lorenzo, «ci affidiamo a una figura del genere che è molto apprendista e non è un professionista. poi però servono anche i programmatori».

Come si fa a capire se uno è quel che in milanese si chiama “barlafùs” e in italiano cialtrone? «Non è difficile: basta vedere gli insight analitycs dei canali che ha seguito», interviene Andrea Ciliberti, Head of growth di Knobs. «Si va su Discord, si vede chi sono i moderatori e si controlla il suo nome. La cosa più difficile, però, non è tanto la parte influencer, che puoi costruire in modo tradizionale o tramite growthacking: la cosa difficile è creare un senso di community nelle persone che ti seguono, che la sera vengono su Discord e parlano. Insomma: il problema non è quello di produrre contenuti, ma interagire con la community». È un mestiere, ma noi (almeno per ora) ne facciamo un altro.