Alejandro Agag ha già vissuto tre vite. Nella prima è stato un politico: a soli 23 anni era uno dei tre più stretti collaboratori del presidente del governo spagnolo, José María Aznar, poi è diventato parlamentare europeo e infine segretario generale del Partito popolare europeo. A 31anni ha mollato tutto, si è trasferito a Londra, ha cominciato a fare il consulente, ha costituto la Addax Capital LLP ed è diventato un gestore di fondi. Nel 2008, by the way, una rivista maschile lo ha eletto “Uomo d’affari spagnolo dell’anno”. Nella sua terza vita Agag ha cominciato a interessarsi di sport motoristici e di calcio: a 37 anni, insieme a Flavio Briatore, Bernie Ecclestone e Lakshmi Mittal, un imprenditore multimiliardario indiano, ha acquistato il club inglese del Queens Park Rangers. L’anno successivo ha costituito il suo team di Gp2. Ha portato la squadra inglese in prima divisione e ha vinto il titolo in quella che è diventata la Formula 2. Ora, a 47 anni, è il patron della Formula E, il campionato di monoposto elettriche, giunto quest’anno alla sua quarta stagione.
Come ha avuto l’idea della Formula E?
È nata in un ristorante italiano di Parigi, Le Stresa. Ero a cena col presidente della federazione internazionale dell’automobile, Jean Todt, e con l’allora commissario europeo all’Industria Antonio Tajani.
Un italiano, un francese e uno spagnolo. Sembra l’inizio di una barzelletta.
Invece, è stato l’inizio di una grande avventura.
Com’è andata?
Tajani diceva che l’industria dell’auto europea doveva puntare sull’elettrico e Todt sosteneva che ci sarebbe voluto un campionato per dimostrare il valore di questo tipo di auto. E io dissi: “lo faccio io” e cominciai a prendere appunti su un tovagliolo.
Che fine ha fatto il tovagliolo?
Les Stresa è un ristorante di due italiani appassionati di auto: nel locale sono esposte delle Ferrari tra cui una 312 del 1967, la Spaghetti Pipe. Ora, appeso a una parete, c’è anche quel tovagliolo.
Poi ha organizzato il primo evento-dimostrazione della Formula E a Roma.
Quattro anni fa. Ma non sapevamo neanche se l’auto funzionasse o meno. Abbiamo cercato una monoposto elettrica in tutto il mondo e ne abbiamo trovata solo una, fatta a mano in un garage, in Francia, e l’abbiamo comprata. Il giorno dell’evento a Roma dovevamo salire al Campidoglio e l’ingegnere che l’aveva costruita mi ha detto: “Secondo me con questi sampietrini la batteria si smonta e la macchina non arriva”. Io l’ho guardato e gli ho risposto: “E me lo dici adesso?”. C’erano Todt le autorità italiane, la stampa, le televisioni. Io ho cominciato a sudare e ho smesso solo quando la monoposto è arrivata.
Tutto bene allora…
Mica tanto. Cambiò il sindaco e la gara sfumò.
È vero che Bernie Ecclestone le disse di lasciar perdere?
Non era l’unico a pensarla così. Sa chi mi disse che ero completamente matto, che non avrebbe mai funzionato? Lawrence Stroll.
Uno che dicono abbia speso un patrimonio per far correre il figlio in Formula 1. Invece qual è il giro d’affari della Formula E?
Circa 150 milioni di euro.
E il pubblico?
Vendiamo dai 15 ai 40 mila biglietti a evento. Ma la cosa incredibile è il riscontro social: abbiamo oltre un milione di follower che crescono del 50% di anno in anno e la metà dei nuovi follower ha dai 18 ai 24 anni.
Lo scorso anno dichiarò al Telegraph: “Sta solo a noi decidere quando andare in pareggio, potremmo farlo adesso o l’anno prossimo, o decidere di investire ancora”. Cosa avete deciso?
Investiremo ancora. Nei prossimi tre anni metteremo sul piatto 100 milioni di dollari.
Quanto costa organizzare una gara?
Varia da Paese a Paese: si va dai 7/8 fino ai 20 milioni di euro.
Il quotidiano El Pais una volta ha descritto la sua Sim come “Inestimabile”. Quanti numeri di telefono contiene?
Circa 20 mila.
Un bel numero. Ha anche il numero di Vettel, il pilota della Ferrari che ha definito la Formula E “non eccitante”?
Ho solo la mail e gli voglio scrivere.
E il numero di Marchionne?
Quello ce l’ho, ma non l’ho mai chiamato.
Quanto pagherebbe per avere Ferrari in Formula E?
Non pagherei nulla. Sono le squadre devono pagare per partecipare. Se la Ferrari volesse farlo sarei estremamente contento, ma andrebbero bene anche Alfa o Maserati perché sarei felice di avere un marchio italiano.
Ma la Ferrari sarebbe un’altra cosa.
Lo so. Poi ne ho anche una.
Quale?
Una 599.
Un benzina da 12 cilindri con 620 cavalli. Alla faccia della sostenibilità.
Ma ho anche una Bmw i8 e una Bmw i3 elettriche.
Ah, beh, allora… E chi altro vorrebbe avere nel campionato?
Un marchio americano.
Sogna di prendere il posto della Formula 1 nel cuore degli appassionati?
No. Vogliamo fare un grande campionato e basta.
Ho idea che cominciate a dare fastidio visto che Chase Carey. Ha dichiarato che “la Formula E più che motorsport sembra più una festa di strada”.
Conferma?
Non c’è concorrenza: io e Carey parliamo molto spesso e abbiamo un ottimo rapporto.
Pensate ancora a una roborace, una corsa tra auto senza pilota?
Non dipende da noi perché è gestito da una società indipendente. So che hanno dei problemi tecnici che stanno risolvendo.
Cosa pensa della guida autonoma?
Ho provato un prototipo a Ginevra e dopo qualche minuto di tensione mi sono lasciato portare fino all’aeroporto.
Ha assaggiato il futuro. A proposito: il suo scrittore preferito è sempre Asimov?
Certo. Ho appena riletto la sua trilogia della Fondazione. La fantascienza sta diventano la realtà che ci circonda. Pensi ai le tre leggi della robotica elaborate da Asimov: sono le stesse che gli scienziati usano oggi nell’intelligenza artificiale.
E che fine ha fatto il suo “Dizionario della galassia”?
Avevo sette anni e una passione sfrenata per stelle e pianeti. Sa che l’ho cercato negli scatoloni di Londra? Non l’ho trovato, ma lo cercherò ancora.
















