Mattia Adani, Presidente dell’Unione Europea dell’Industria dei Lubrificanti

«Una visione che può sembrare cinica ma che si è diffusa nel mondo del business è che la transizione energetica avverrà ma non alla velocità indicata oggi dall’Europa, e dunque si continua a lavorare sulle fonti tradizionali perché si ritiene che il pianeta continuerà ad utilizzarle per molto tempo e che non è ancora arrivato il momento di disinvestire»: Mattia Adani, Presidente dell’Unione Europea dell’Industria dei Lubrificanti e Amministratore Delegato di Nowal Chimica e Cbc Cad-Oil, due aziende chimiche con sedi in provincia di Milano e Bergamo, mangia pane e sostenibilità. Con all’attivo un master ad Harvard e una solida esperienza in McKinsey, presidia un settore che è nell’occhio dei ciclone, e per il ruolo associativo che ricopre segue passo passo l’evolversi del dibattito (e delle misure) internazionali su ambiente ed emissioni. È tutt’altro che negazionista o disfattista, ma è pragmatico e parla senza ipocrisie: «All’ultimo G20 in India – riepiloga – il Presidente francese Macron ha segnalato chiaramente la sua preoccupazione per gli insufficienti impegni che i Paesi emergenti si stanno assumendo per fronteggiare il cambiamento climatico. Ecco: la speranza europea che il resto del mondo avrebbe seguito la leadership morale e l’ambizione di Bruxelles in termini di cambiamento climatico si sta rivelando, appunto, solo una speranza».

E allora, che fare, ingegner Adani?

Perseverare, ma con un bagno di realismo. Questo stato di cose è un problema per il nostro pianeta, ma è anche un problema per l’industria europea, che rischia di essere spiazzata. Veda, purtroppo non ci sono pasti gratis. Non è possibile contemporaneamente voler mantenere standard ambientali e sociali molto più alti di quelli applicati qualche miglia al di fuori i nostri confini, preservare un’industria forte localizzata in Europa e non applicare nessun controllo o penalizzazione alle frontiere verso le merci di chi quegli standard non li rispetta. La frustrazione per un quadro del genere è legittima, ma se l’Europa non ne prende atto e non agisce rapidamente, le conseguenze potrebbero essere serie.

C’è da ripensare tempi e termini della decarbonizzazione, a suo avviso?

Per l’Unione Europea l’emancipazione dai combustibili fossili è inderogabile, è anche un’esigenza di indipendenza energetica, ci vuole anche quindi la crescita delle altre fonti. Ma penso occorra un approccio più variato, un mix di interventi, mentre le istituzioni europee hanno affrontato la materia con un taglio molto ideologico.

Non è che alla fine ce la prenderemo solo con i cinesi, anche per compiacere gli amici americani?

Nel suo ultimo discorso sullo Stato dell’Unione prima delle elezioni europee previste per l’anno prossimo, il Presidente della Commissione Ursula Von der Leyen ha annunciato l’avvio una indagine sui sussidi pubblici ricevuti dalle aziende cinesi produttrici di automobili elettriche. La Cina è leader nel settore delle auto elettriche al di sotto dei 30.000 euro. Le nostre imprese faticano a scendere sotto i 40.000. E io dico: finalmente! Finalmente ci si è resi conto che la doverosa transizione verso una mobilità più sostenibile, per come è stata disegnata, rischia di destabilizzare profondamente l’industria europea e mettere a rischio il diritto alla mobilità dei nostri cittadini. Non è però solo un problema di sussidi cinesi. È l’intera strategia che andrebbe ricalibrata. A differenza di altri penso che cultura cinese sia cultura profonda, i cinesi sono capaci di grande lavoro, grande precisione, ed hanno visione di lungo termine. Quando si mettono in testa qualcosa la fanno bene, hanno fatto una scelta razionale, hanno ritenuto di essere così indietro sul motore termico che hanno deciso di saltare il fosso e investire tutto sull’elettrico, e su questo hanno ottenuto la  leadership tecnologica, aiutati dal fatto di aver avuto accesso a materie prime e capacità di raffinazione di materie prime molto potenti. Dipendono come noi da idrocarburi stranieri, ma hanno il litio, mentre noi neanche quello.

E allora, la scelta della Von der Leyen?

L’indagine sugli aiuti di Stato è giusta perché abbiamo capito che l’industria europea è indietro sull’auto elettrica non perché non sia in grado di produrne a basso costo, ma perché nessuno ci riesce senza sussidi, neanche i cinesi. D’altronde, non possiamo pensare di sussidiare la mobilità a tutti, se fossero proibiti ovunque gli aiuti di Stato la conseguenza sarebbe che vendere auto elettriche a basso costo diventerebbe impossibile. E senza sussidi le fasce meno abbienti della popolazione europea non potranno più permettersi un’auto. Il che lede un diritto ormai entrato nella nostra mentalità…

Teme per l’industria dei lubrificanti?

Poco o niente. Innanzitutto, la metà dei lubrificanti prodotti al mondo non va alla mobilità ma all’industria, ed è una metà protetta da quello scenario evolutivo. Poi i volumi complessivi di produzione dei lubrificanti resteranno simili perché anche la trazione elettrica richiede componenti che vanno lubrificate, anche le batterie hanno bisogno di lubrificanti. Anche in un mondo dove lavorassero soòtanto robot, i lubrificanti ne rappresenterebbero in qualche modo la linfa vitale!

Allarghiamo il dicorso, visto che lei siede frequentemente ai tavoli negoziali con la Commissione Europea. Bruxelles ha finalmente incluso la burocrazia tra le tre principali sfide economiche dell’Unione e vuol promuovere su questo l’avvio di un dialogo diretto con le piccole e medie imprese.

Sì, la presidente ha elencato, tra le principali tre sfide in corso per l’economia europea, oltre alla crisi demografica e delle competenze e all’alta inflazione proprio l’abnorme livello di burocrazia, ritenuto anche da lei non più sostenibile dalle piccole e medie imprese. Dopo anni in cui le politiche europee sembravano mettere in secondo piano il tema della competitività della nostra industria e i rischi di deindustrializzazione e le norme sembravano scritte da e per le grandi multinazionali, la piccola e media impresa viene ora messa al centro dell’agenda con una serie di proposte concrete per le Pmi: la nomina di un inviato speciale, l’avvio di un dialogo diretto, l’analisi preventiva di competitività per le nuove leggi, la riduzione degli obblighi di reportistica. La partita è importante, soprattutto per la nostra manifattura. Se l’Italia vuole giocarsela dovrebbe avviare subito anche da noi lo stesso percorso in modo da presentarsi preparata a questa sfida chiave per il nostro futuro.

Eppure anche sulla sostenibilità, anzi in questo ambito più che mai, sembra dominare in Europa un approccio burocratico!

Sì, l’industria Ue per riferimento ha Bruxelles, e purtroppo la qualità delle norme europee è peggiorata nel tempo e sta diventando sempre più critica. E poi c’è un problema generale di approccio ai problemi, l’Unione sta aumentando continuamente gli standard in termini di protezione ambientale, sanità, società. Ma, di nuovo: non si possono ottenere, tutti insieme, tre risultati confligenti: gli standard ambientali più elevati del mondo, le frontiere più aperte alla concorrenza globale e un’industria domestica forte!

E l’Italia?

Il nostro è un Paese molto complicato, una delle sue cifre è l’estrema frammentazione sociale, che coinvolge anche l’industria è frammentata, con le famose e pregevoli ma piccole, piccolissime imprese. E si sa che la frammentazione è difficile da gestire. Non a caso performiamo bene durante le crisi, quando le iniziative dei singoli sono preziosissime, e non nelle fasi routinarie, dove occorrono metodo e sistematicità.