Accudire il cliente con l’attenzione che si riserverebbe alla propria innamorata, la meticolosità di un grande sarto, la dedizione di un fan: va bene, ma non basta a fare il perfetto “wealth-manager”. Quel che comunque deve funzionare alla perfezione, oltre le buone maniere, è la qualità della gestione del patrimonio, il rendimento che si riesce ad estrarne, ossia il core-business della professione. E in questa fase dei mercati internazionali, far rendere il denaro dei clienti è particolarmente complesso. I Paesi ricchi e consolidati – quelli del G8, per capirci – vivono in un’epoca di bassi rendimenti e quindi hanno mercati obbligazionari avari e viceversa hanno borse già molto salite, tanto da far dubitare che possano salire ancora. I Paesi emergenti, pur in grande crescita, sono però più che mai attraversati da venti di instabilità geopolitica anche molto preoccupanti, e alle prese con un indebolimento delle loro valute dovuto in gran parte al ritorno del dollaro forte.
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La valuta americana è cresciuta del 4,5% circa rispetto all’Euro, e mediamente del 4% rispetto al Dollar Index, un paniere di valute globali. A subirne le conseguenze sono soprattutto quei Paesi emergenti che hanno un elevato debito in dollari: è il caso dell’Argentina, che ha risposto con misure drammatiche al crollo del Peso. La banca centrale di Buenos Aires, con una serie di rialzi, ha portato i tassi addirittura al 40%, dopo che la vendita di un miliardo e mezzo di dollari di riserve non aveva sortito gli effetti sperati. La debolezza dell’Argentina e quella, pur in misura minore, della Turchia, hanno impattato sul comparto degli emergenti in modo importante, perché i due Paesi pesano per il 25% sull’indice High Yield e per il 12% su quello omnicomprensivo. Secondo le più recenti e qualificate analisi, però, va ricordato che i fondamentali di un buon numero di Paesi restano solidi, e le aspettative di inflazione non sono peggiorate. Fattori che portano a ritenere che le turbolenze in atto non siano tali da sconsigliare in modo assoluto gli investimenti in mercati emergenti, ma solo da indurre a una maggiore cautela e selettività, peraltro necessari anche in tanti altri settori di mercato. Anche perché riuscire a incrociare in modo efficace l’andamento dei mercati è un’impresa sempre più improba. A complicare il quadro, le incertezze dell’Eurozona, che dopo le complesse situazioni in Catalogna e Austria sconta, ahinoi, quella italiana. Sarebbe meglio ricordare il nostro problema capitale degli interessi sul debito pubblico. In 5 anni, grazie alla riduzione dello spread, si è ridotto da 84 a 66 miliardi (grafico nella pagina a sinistra). Questa sola voce, insomma, incide per 18 miliardi sui conti pubblici: una manovra correttiva e mezzo…
















