Ieri, 15 aprile 2026, gli indici di wall street S&P 500 e Nasdaq Composite hanno aggiornato i loro massimi storici, ignorando — almeno per ora — il rumore di fondo di una crisi geopolitica che minaccia uno dei punti nevralgici dell’energia globale.
L’S&P 500 ha chiuso la seduta in rialzo dello 0,8% a 7.022 punti, superando il precedente record di gennaio. Ancora più marcato il movimento del Nasdaq, che ha guadagnato l’1,6% spingendosi oltre quota 24.000 punti, trascinato dalla corsa dei titoli tecnologici. Più cauto invece il Dow Jones Industrial Average, in lieve calo dello 0,15% e ancora distante dai suoi picchi.
Eppure, lo scenario macro racconta tutt’altro. Il cuore della tensione è nello Stretto di Hormuz, snodo attraverso cui passa circa il 20% del petrolio mondiale. Da fine febbraio, le tensioni legate al conflitto con l’Iran hanno compromesso gravemente la navigazione, con Teheran che ha dichiarato lo stretto chiuso alle navi riconducibili a Stati Uniti, Israele e Paesi alleati. La risposta militare americana ha ulteriormente irrigidito il quadro, con il blocco dei porti iraniani e operazioni navali che, secondo lo US Central Command, hanno già respinto dieci imbarcazioni senza che nessuna sia riuscita a forzare il dispositivo.
Il risultato è un mercato energetico sotto pressione. I prezzi del greggio, pur raffreddatisi leggermente nelle ultime settimane, restano su livelli elevati: il Brent viaggia intorno ai 96,5 dollari al barile, mentre il WTI si attesta sui 92,5 dollari. Quotazioni ben superiori a quelle precedenti allo scoppio della crisi, con effetti diretti sulle aspettative di inflazione globale.
Non a caso, nei giorni scorsi il Fmi ha rivisto al ribasso le stime di crescita. Nell’ultimo World Economic Outlook, la previsione per il 2026 è stata tagliata al 3,1%, rispetto al 3,3% indicato in precedenza. Contestualmente, l’inflazione globale è attesa al 4,4% nello scenario base, che presuppone una durata limitata del conflitto. Ma il Fondo avverte: un’escalation prolungata potrebbe tradursi in crescita ancora più debole e prezzi ancora più alti.
E allora perché i mercati salgono? La risposta sta in una combinazione di fattori che raccontano più la resilienza del sistema finanziario che quella dell’economia globale. Innanzitutto, gli investitori sembrano scommettere su una de-escalation relativamente rapida della crisi. È una scommessa, più che una certezza, ma sufficiente a sostenere l’appetito per il rischio.
In secondo luogo, il motore degli utili aziendali continua a girare. Le stime sugli earnings del primo trimestre sono state riviste al rialzo: le società dello S&P 500 dovrebbero generare profitti complessivi per oltre 605 miliardi di dollari, pari a circa 513 miliardi di euro. Un dato che rafforza la narrativa di un corporate America ancora solido, capace di assorbire shock esterni senza compromettere la redditività.
C’è poi il ruolo, sempre più centrale, della tecnologia. Il rally del Nasdaq riflette un rinnovato entusiasmo per i titoli legati all’intelligenza artificiale e alla crescita, che continuano ad attrarre capitali nonostante il deterioramento del quadro macroeconomico. In altre parole, il mercato sta premiando il futuro, anche se il presente si fa più incerto.
Infine, pesa la dinamica recente dei listini. Dopo aver toccato un minimo il 30 marzo, lo S&P 500 ha recuperato oltre l’11%, dopo essere sceso fino al 9% nel corso dello stesso mese. Un rimbalzo rapido che ha alimentato una fase di cosiddetta “price discovery”, in cui nuovi livelli di prezzo vengono testati in assenza di riferimenti consolidati.
Il risultato è un equilibrio fragile, quasi sospeso. Da un lato, mercati che continuano a macinare record; dall’altro, un contesto globale segnato da tensioni geopolitiche, inflazione e crescita in rallentamento.
















