Le università, quasi tutte, perdono iscritti: meno 3% di iscritti al primo anno per anno negli ultimi tre anni! Previsioni al 2041 che si perdano oltre 500 mila studenti, tasso di abbandono attuale di oltre il 30% nei corsi universitari, mobilità in uscita dall’Italia di oltre il 30% nel primo triennio…

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Un insieme di concause, crisi demografica, crisi di impoverimento, necessità di passare velocemente al lavoro, in Italia come in Europa, accelera il processo di indebolimento della istruzione universitaria. Resistono solo i politecnici (es Milano) e i centri di alto livello scientifico (ad es Pisa e Padova). Università umanistiche o ibride come giurisprudenza, architettura ed economia perdono anche il 10% all’anno.

È una quasi catastrofe di sistema: siamo nella società dell’informazione/conoscenza e l’infrastruttura portante, quella della formazione superiore, declina. La stessa idea di campus universitario è in crisi sotto gli attacchi delle cosiddette università telematiche (che costano meno della metà). L’idea fondamentale dell’università, quello di costruire apprendimento in un luogo fisico, sociale e, anzi, comunitario, è sostituito dalle solitudini individuali dei processi a distanza e da casa. Questa trasformazione dell’università in un processo digitale o informatico è ancora più eloquente dei numeri nel descriverne la crisi. E il futuro del recupero possibile è distopico.

Per rifare e ammodernare una struttura complessa come l’università ci vogliono almeno 3/5 anni, il tempo di trasferire nuovi sistemi di conoscenza e creare innovazioni è al massimo di qualche mese. La crisi dell’università è sistemica, in questo quadro, perché si trascina con sé nell’ipertrofia delle lentezze quella della politica, quella di pezzi di economia, quella di tutti i processi dei servizi sociali, in una parola lo Stato.

E però come in tutti i sistemi in crisi nell’attuale complessità si creano vuoti e spazi per nuovi attori e nuovi business, in gran parte orientati alle questioni delle tecnologie, più o meno big, e all’AI. Il modello Musk, per semplificare, che opera in un contesto competitivo segnato dall’innovazione permanente, dice (e non è una metafora…) “le università attuali non servono a niente…”, quindi “ce le facciamo noi!”. L’università deve servire al circuito della (nostra) conoscenza e della nostra tecnologia…

Facile immaginare la tradizionale competitività delle università americane trasferita a quella delle università dei nuovi big tecnologici: Apple, Microsoft, Facebook, Twitter etc., in software o hardware… i nuovi campi fra virtuale e fisico sono lì: le vecchie Harvard e Stanford… diventano citazioni monumentali.

Una distopia solo agli inizi… e facilmente trasferibile ai processi e alle innovazioni dell’intelligenza artificiale… se c’è un mondo in cui l’IAI generativa può muoversi agevolmente (e usarlo anche per riprodurre se stessa) è quello dell’insegnamento e della formazione. Ed è uno dei tanti nuovi paradossi della società cibernetica per come si sta ri-formando. Nelle nuove università la macchina che per insegnare meglio si auto-riproduce… è già qui.