Fiducia e leadership; comunicazione; soluzioni e decisioni; perseveranza e pazienza: che belle doti, per un manager. Servono anche ad addestrare bene un cane. E sono le dlti che, in natura, i capi branco esprimono nell’addestrare il gruppo. Non sono chiacchiere da salotti cinofili, ma è il senso di una ricerca condensata nel libro “Tutto quel che so sul management l’ho imparato dal mio cane”, firmato da Martin P. Levin, uno scrittore, 60 anni di esperienza in grandi aziende fino alla Times Mirror dove ha seguito e lanciato autori come Stephen King e Ken Follett. Un libro intelligente in cui racconta la sua vita con il suo Golden Retriever e le sue idee manageriali. Levin dice di aver impiegato due anni per raggiungere con Fido l’obiettivo di ogni attività di management: aiutare un soggetto ad ottenere il massimo dal proprio potenziale. Ed è questo che deve fare oggi un buon manager: tirar fuori il meglio che i suoi collaboratori hanno dentro, per prepararli a rispondere alle sfide dei mercati. Se le persone hanno buoni livelli di soddisfazione e felicità danno vita ad organizzazioni che avranno successo. Questo insegnano le teorie sulla leadership, questo insegna l’arte di addestrare un cane, questo insegna l’osservazione dei cani. Secondo Levin, “Nel contesto aziendale le cose non vanno molto diversamente. Il boss è amato per la sicurezza che incute e la lungimiranza che dimostra di saper avere”. Ma davvero basta prendersi cura di un Golden Retriever per capire come gestire bene un team? Non ha alcuna esitazione Roberto Marchesini, filosofo, etologo e zoo antropologo oltre che uno dei massimi studiosi del comportamento animale in Italia. Il rapporto con un cane può insegnare regole di relazione importantissime nelle dinamiche di gruppo ma è bene partire da una precisazione. «Per il cane – spiega il prof Marchesini – il gruppo è per l’individuo, mentre per l’essere umano l’individuo è per il gruppo. Per il cane il legame presuppone schemi di attività condivisa e la socialità è sempre espressione di cooperazione per il gruppo. Per il cane è prioritaria la comprensione dei ruoli che presuppongono complementarietà, conoscenza reciproca e dove è fondamentale per l’animale lo schema d’azione». Ed ecco che entra in campo il concetto di leadership: per lo scienziato (autore del libro appena edito da Apeiron “L’identità del cane”) occorre introdurre una differenza fondamentale: «per l’uomo il Leader è colui che è al comando; per il cane invece il focus della leadership si esprime nella capacità di trascinare, ingaggiare il gruppo e di tenerlo insieme, come fa l’allenatore in una squadra di calcio». Questa la lezione più importante che arriva dal mondo a quattro zampe: è leader solo chi sa tenere insieme le persone, farle cooperare per un gruppo, costruendo schemi condivisi. Lo scienziato infine lancia un monito che induce a non considerare così scontato tale rapporto. Il cane è un soggetto portatore di esigenze autonome e di bisogni che non devono e non possono essere espressione di un vicariante surrogato umano.
Per il cane, il focus della leadership si esprime nella capacità di trascinare, ingaggiare il gruppo e tenerlo insieme, come fa l’allenatore in una squadra di calcio
«I cani non possono sostituire un figlio, o essere trattati come bambini, perché hanno caratteristiche distintive. Incorrere in questa distorsione significa snaturare ed alienare il rapporto con questo animale che può insegnare tantissimo». Che dall’osservazione del cane, del suo comportamento in relazione agli altri cani e all’essere umano, si possano ricavare interessanti spunti per il manager non sorprende affatto; ad essere di questo avviso è l’On Michela Vittoria Brambilla, ex ministro e presidente della Lega Italiana Difesa Animali – «Allo stato di natura i canidi, e certamente anche gli antenati dei nostri cani domestici, si organizzano in branchi, guidati da un individuo “alfa” e strutturati secondo una rigida gerarchia. Anche nell’uomo- precisa l’on Brambilla- è risaputo che il cane riconosce, per molti aspetti, un compagno cui affidarsi con fiducia, un leader. Il cane che agisce nella logica del branco cerca di ottimizzare l’impegno comune. Se è un “alfa”, o ne ha alcune caratteristiche, “dirige” il lavoro degli altri». Di recente –incalza l’on Brambilla- registrando la sua trasmissione televisiva “Dalla parte degli animali”, riferisce di aver notato che un cane anziano, da tempo ospite del canile dove si trovava, letteralmente “insegnava” le regole della casa ai nuovi venuti. Se invece il cane agisce da gregario, per esempio nel rapporto con la persona di riferimento, non necessariamente il proprietario, il cane non soltanto mostra fiducia, ma manifesta delle aspettative che in qualche modo guidano il “manager” umano verso le soluzioni giuste da adottare per entrambi. «Sia nel branco che nelle più complesse organizzazioni umane sono due le chiavi di volta: la responsabilità di chi “dirige” e la fiducia di chi è chiamato ad eseguire- conclude Michela Vittoria Brambilla- Se l’una o l’altra mancano, le cose si mettono male». Il cane come maestro di management? Decisamente ….sì!
PERCHÈ È IMPORTANTE LA SALUTE DEL NOSTRO MIGLIORE AMICO

















