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«Vogliamo lasciare un buon pianeta non solo una buona moneta». Parole e musica di Draghi Mario sul palcoscenico del Senato, nove mesi fa – era il febbraio 2021 – in occasione della richiesta di fiducia per il suo governo, che nasceva proprio in quelle ore per far uscire il Paese dalle secche lasciate dalla pandemia dopo i mezzi disastri del precedente esecutivo. Una dichiarazione impegnativa, corroborata anche da una citazione di Papa Francesco e da un appello accorato rivolto ai giovani, per mezzo della quale il neopremier ha inteso legare a doppio filo il futuro dello sviluppo economico del Paese alla vexata quaestio “ambiente”, mandando a dire, in buona sostanza, alle imprese che, sul piano della sostenibilità, «devono cambiare radicalmente». Altrimenti, ciccia.

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Malgrado le enunciazioni la transizione, sul piano pratico, è partita all’insegna di un certo disordine

E in effetti alla ribattezzata “transizione ecologica” (missione 2 del Pnrr), Draghi ha riservato un Ministero apposito, oltre che quasi 60 miliardi di euro. Insomma, il premier, in linea del resto con l’Europa (che al green deal ha destinato il 37% dei 750 miliardi del Next Generation Eu) è stato di parola. Peccato che finora, malgrado le enunciazioni, questa transizione sul piano pratico sia partita all’insegna di un certo disordine, tanto da farsi caratterizzare più per la (molta) eco che per la (poca) logica. Basti pensare innanzitutto a quel che s’è visto a Glasgow, dove la Cop26 da poco chiusa, ha confermato – se mai ce ne fosse stato bisogno – che sul campo dell’economia fossile, quella delle emissioni che alterano il clima, ci sono due schieramenti nettamente avversi: da un lato inglesi, americani ed europei (abbastanza) convinti della necessità di investire sulle fonti alternative per combattere il climate change e dall’altro invece India, Cina, Sudafrica e Australia i quali da quest’orecchio proprio non vogliono sentirci. L’Europa, contro i gas ad effetto serra e i processi produttivi inquinanti sembra decisa insomma a fare una guerra senza quartiere. Gli investimenti, come detto, sono stati stanziati, anche se non bisogna scordare che si tratta di prestiti che vanno restituiti.  E anche nel Vecchio Continente, alla fine tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. A luglio scorso ad esempio una direttiva Ue ha vietato le plastiche monouso. Ma l’Italia ha continuato a rinviare il recepimento della direttiva Ue, probabilmente per non danneggiare un settore che fa di noi il maggior produttore di plastiche monouso convenzionali in Europa. E ancora: a ottobre sono usciti i (primi) bandi a valere sul Pnrr del Ministero voluto da Draghi per gestire il Green Deal e oplà, ecco la prima discrasia: gli interventi, per un totale di 2,1 miliardi, sono indirizzati alla gestione dei rifiuti comuni e del trattamento dei Raee e del riciclo di carta, plastica e tessili. Dal bando sono esclusi i sistemi di incenerimento e combustione di rifiuti nei cementifici e gli impianti di trattamento residui urbani residui. Vengono ammessi invece i finanziamenti per impianti di produzione di metanolo, etanolo e idrogeno da rifiuti basati sul riciclo chimico, processo però che l’Europa considera “a rischio per l’economia circolare” e quindi da escludere già in premessa. Anche qui una concessione all’industria non proprio “green”? Forse. Sarebbe un altro segno che la rivoluzione verde va bene, ma prima pensiamo alla cassa. Del resto, il rischio che la transizione ecologica porti conseguenze gravi sull’economia è molto più di un’ipotesi. La transizione energetica non è ancora partita e già il prezzo del gas è alle stelle. Una conseguenza della pandemia, dicono. Sarà, ma al recente summit sul dopo-Glasgow del Centro Studi Prometeia non sono stati pochi gli economisti a urlare che «È una transizione ecologica schizofrenica».

La transizione ecologica va resa compatibile con i diversi contesti economici dei paesi dell’unione europea

È evidente, insomma, che manchi una regia dall’alto, un coordinamento di strategie e normative tra gli obiettivi che si vogliono conseguire e le conseguenze che le azioni necessarie ad arrivare al traguardo nel lungo periodo, vanno a riverberare sull’esistente. Maurizio Leo – esperto di diritto tributario, avvocato cassazionista, docente alla scuola di Polizia tributaria e all’Accademia della Guardia di Finanza e presso la Scuola superiore dell’Economia e delle Finanze, ex parlamentare di centrodestra, oggi responsabile del dipartimento economico di Fratelli d’Italia – è uomo che, per studi, curriculum ed esperienze politiche di altissimo livello, sa di Europa e sa di economia e di finanza. «Fermo restando che la transizione ecologica sia ormai un dato incontrovertibile, visto che gli stessi capisaldi del Pnrr sono prevalentemente incentrati su questo – dice – dobbiamo tuttavia renderla compatibile con i diversi contesti economici dei Paesi dell’Unione Europea. Perché se in Italia abbiamo processi produttivi che hanno certe caratteristiche, non è possibile che dall’oggi al domani vengano abbandonati per poi essere costretti ad andarci a prendere quegli stessi beni all’estero. Anche perché questo nell’immediato crea delle difficoltà e non solo alle imprese ma anche ai consumatori finali, alle famiglie». Per il professor Leo il caso della plastic-tax è una palese inferenza del ragionamento che finora ha sempre ingessato la “rivoluzione verde”: «Perché la stanno rinviando?» si chiede, «la risposta è perché oggi non possiamo pensare di abbandonare la produzione e passare ad altri materiali tout-court: ci sarebbe un’incidenza fiscale notevole. E poi, a partire dalle bottiglie dell’acqua, e a seguire tutto il resto, i prodotti in plastica sono presenti nella vita dei cittadini. E poi c’è la traslazione che va a impattare sul consumatore finale. Se andiamo a prendere le materie prime, semi lavorate o sussidiarie al di fuori dell’Unione europea e aumentano i costi di produzione, a cascata poi le conseguenze finiranno per gravare non solo sulle imprese ma anche sulle tasche di cittadini e famiglie. L’Europa quindi non può non tenere conto di questi aspetti. Deve fare un esame attento di azioni e conseguenze. Dobbiamo cercare di salvaguardare le imprese europee, e quelle che sono le produzioni tipiche delle imprese europee».

Anche il sindacato tifa “verde”, ma predica prudenza soprattutto pensando ai lavoratori dei settori interessati dalla transizione: per Franco Cavallaro, segretario generale della Cisal, il quarto sindacato italiano, «le missioni del Pnrr hanno obiettivi molto ampi e comunque coerenti con molte delle esigenze del nostro Paese. Ed è fondamentale uno sviluppo estremamente dinamico di ogni singola componente delle varie missioni. In particolare, la missione 2, ovvero la transizione ecologica, ha indubbiamente una rilevanza notevole per un territorio dalle caratteristiche uniche che è stato troppo spesso trascurato, con le ovvie e tristi conseguenze che vediamo giorno dopo giorno – aggiunge – ciò che si deve fare, gli obiettivi che dovranno essere raggiunti, impongono un impegno coerente e severo a tutti gli assetti istituzionali del Paese. I cittadini si attendono una svolta che migliori le loro condizioni e del Paese intero. La Cisal è pienamente consapevole di ciò e svolgerà il proprio ruolo con il consueto senso di responsabilità».

IL SENATORE DARIO STEFÀNO: «PER LA TRANSIZIONE VERDE IN ITALIA SERVIRÀ UN LAVORO ENORME DA PORTARE AVANTI SENZA PREGIUDIZI»

Il Senatore Dario Stefàno è il presidente della 14esima Commissione Politiche dell’Unione Europea di Palazzo Madama. Manager e docente universitario, ex assessore regionale in Puglia, è una delle figure centrali del lavoro fatto in Parlamento per mettere a punto il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.

Presidente Stefàno, pensa che sarà possibile conciliare le direttive UE sulla transizione ecologica con le esigenze dell’economia?

Rispetto alle nostre priorità in ambito di transizione verde, in Europa e in Italia, l’imperativo è mettere insieme le diverse sensibilità, che ora sono al centro dell’agenda globale, con il G20, la Cop26, le proposte della Commissione europea sul Fit for 55. Sono tempi di grande apprensione per i cambiamenti climatici, ma sono anche tempi di grande attenzione per le necessità delle nostre imprese e dei nostri cittadini che chiedono di disporre, oggi e in futuro, di energia a buon mercato per gli usi industriali e domestici. 

Nel frattempo, l’impennata dei prezzi negli approvvigionamenti si fa sempre più preoccupante…

Sì, è fonte di grande preoccupazione per gli aspetti legati in particolar modo alla ripresa economica a cui dobbiamo tenerci agganciati. In tal senso, ho molto apprezzato il toolbox della Commissione europea di ottobre, soprattutto per le misure di sostegno al reddito. Tuttavia, queste misure, a breve termine, devono essere accompagnate da una serie di azioni che assicurino la possibilità di acquisti congiunti e riserve comuni, andando così a ridurre la dipendenza dei singoli Stati e massimizzando l’efficacia di un’azione europea. A Glasgow si è parlato della Global Energy Alliance for People and Planet, questa prospettiva comune in cui il pubblico e il privato possano promuovere investimenti per ridurre le emissioni globali e, allo stesso tempo, le disuguaglianze globali nell’accesso all’elettricità, bene insostituibile. Si punta ad accelerare la transizione energetica nei paesi più deboli, raggiungere un miliardo di persone con energie rinnovabili, risparmiare 4 miliardi di tonnellate di CO2 e creare oltre 150 milioni di posti di lavoro, soprattutto nelle economie meno sviluppate.

L’Italia cosa farà?

Noi come Italia daremo certamente un contributo, ma è indispensabile poter contare sul sostegno pieno dell’Unione Europea e di molti Stati membri. Possono essere, in tal modo, garantiti 10 miliardi di euro per investimenti in grado di mobilitare, grazie all’effetto leva, investimenti sino a 100 miliardi di euro. Ma siamo in attesa della tassonomia europea per capire quanto davvero una fonte di energia sia verde o meno. L’Unione europea deve stabilire, infatti, i criteri e, poi, ogni Paese calibrerà autonomamente il suo energy mix.

E rispetto al nucleare? Che idea ha lei? Al ministro Cingolani quando si è espresso, non sono state risparmiate critiche…

È sicuramente un argomento rientrato con peculiare rilievo nel dibattito pubblico italiano, e penso sia necessario, anche in questo caso, aspettare la nuova tassonomia da parte della Commissione. Ogni Stato, poi, farà le sue valutazioni e occorrerà tenere conto che serviranno anni di studio per capire almeno tre cose: la sicurezza, il costo e la qualità dello scarto radioattivo per energia prodotta. Solo dopo che avremo acquisito questi dati, si potrà fare una valutazione seria e meditata.

Torniamo ai fondi stanziati nel Pnrr per il “green deal”: realisticamente, il nostro sistema produttivo sarà in grado di conseguire gli ambiziosi obiettivi di sostenibilità prefissati dall’Europa?

Rispetto al nostro Pnrr, trovo appropriata la scelta di perseguire sul tema ambientale una strategia “a tre gambe” per la riduzione delle immissioni di CO2 in atmosfera, a patto – ovviamente – che la transizione green venga attuata con soluzioni sostenibili, che vuol dire che nessuno dovrà essere lasciato indietro. Il cambio di metodo di produzione dell’energia primaria ricorrendo alle rinnovabili si traduce nel fatto che nei prossimi 9 anni dovremo produrre 70 miliardi di watt per raggiungere quota 70 per cento di energia green: è una sfida e una trasformazione epocale. Solo dopo potremo pensare ai mezzi di trasporto che la utilizzino, il che presuppone, a monte, un lavoro infrastrutturale incredibile, che superi le pregiudiziali ideologiche.  Poi dovremo adottare pienamente il concetto del riciclo e della circolarità e arrivare almeno all’80 per cento di differenziata. Il 65 % dei rifiuti dovrà essere completamente riutilizzato; il restante 25 andrà valorizzato (per produrre energia) e massimo il 10% dovrà andare in discarica. Anche qui, si prospetta un impegno di assoluto rilievo, ma anche libero dalla cosiddetta “sindrome Nimby” o, peggio, da istinti sovranisti. Infine, c’è l’aspetto della cosiddetta “rinaturazione” quale è il recupero dello stato di salute del mare vicino le coste, la soluzione del rischio idrogeologico; l’agro-fotovoltaico; il piano per i bacini fluviali; i grandi impianti per catturare la pioggia; il risanamento degli acquedotti che oggi perdono il 42 % di acqua; la digitalizzazione dei parchi naturali e la biodiversità.

Una sfida che oggi appare immane, appunto.

Sì, è indubbiamente un lavoro profondo. Radicale. Che va attuato per gradi e che deve essere perseguito in maniera scevra dal concreto rischio di irrigidimenti o, peggio, di fanatismi perché dobbiamo saper contemperare esigenze e diritti che sono sul tavolo.