Tra Giorgetti e Salvini hanno torto tutti e due, e semmai la ragione ce l’ha la Lega, ma una Lega che al momento non si può più considerare guidata da un leader del tutto convincente, per i tanti evidenti errori commessi dal Papeete in avanti dal Capitano, ma non può neanche dire di aver trovato in Giorgetti un altro leader, perché con altrettanta evidenza non lo è.
Il paragone spiritoso ed anche affettuoso avanzato da Giorgetti tra Salvini e Bud Spencer è azzeccato e simpatizzante, mentre non funziona quello con Meryl Streep, tutt’altro che icona algida e snob (è tra le celebrities più popolari in America da vent’anni).
La scelta di orientare le antenne della Lega verso i no-vax o almeno i no-green-pass; la scelta di affidarsi alla Bestia e ai bestioni che la animano; la scelta di flirtare con personaggi sconosciuti all’elettorato italiano come i vari Orban e Morawiecki; l’inseguimento della Meloni a destra con il collegato smobilitare dal presidio della destra moderata sono altrettante scelte che Salvini ha pagato nell’ultima tornata elettorale e che senza un ripristino di una maggiore sobrietà e di una decisa moderazione di toni appesantiranno le ali della Lega anche alle politiche 2023.
Ma Giorgetti che c’entra? Sarà mai lui il leader elettorale della Lega? È lecito dubitarne. Si iscrive autorevolmente nella tradizione del “dottor sottile”, cioè l’intellettuale organico che sussurra al leader popolare, al front-men. La tradizione di Giuliano Amato con Bettino Craxi e di Giuliano Urbani con il primo Berlusconi, o ancora di Goffredo Bettini con Zingaretti prima e ora con Letta. Uomini di retrovie, dediti alla riflessione sulle strategie ma senza presa elettorale diretta. Rispetto ai quali è facile ed anche dovuto manifestare stima e considerazione ma è anche doveroso mantenere quel filo di scetticismo condensato nell’antico adagio italiano: “Chi non sa fare, insegna!”.
In quel che resta delle democrazia occidentali stuprate dalla pervasività eversiva dei social media, che hanno messo la politica in mano alle creature, essere leader elettorali, essere cioè capaci di accaparrare voti per la propria bandiera, è sempre più difficile e precario. Da Renzi a Grillo a Conte a Salvini, solo gli ultimi sei anni hanno visto quattro colossi dai piedi d’argilla sgretolarsi di fronte alla volatilità del consenso digitale. E nessuno ha ancora trovato l’ingrediente segreto per ovviare a questo disastro. Improbabile che possa riuscirci una “Meryl Streep” della politica. E l’unico a poter tentare sarebbe semmai, almeno oggi, Mario Draghi se accettasse di indossare una casacca, cioè schierarsi un po’, cioè alla fin fine dire come la pensa, o fondare un partito. Ipotesi altamente inverosimile. Scelta Civica docet.
















