ArcelorMittal presenta un piano da 3.200 esuberi e rinvio del revamping

Con l’ingresso ufficiale di ArcelorMittal Italia, controllata da ArcelorMittal, nella gestione dell’intero Gruppo Ilva e del Siderurgico di Taranto è iniziata il 1° novembre dello scorso anno una nuova fase nella vita della più grande acciaieria singola dell’Unione europea che resta anche – pur con un numero ridotto di occupati pari a 8.200 unità – la prima fabbrica manifatturiera italiana per addetti diretti. È stata una svolta storica che ha collocato lo stabilimento sotto il controllo del primo produttore di acciaio al mondo e si  sottolinea l’evento – peraltro accompagnato da intuibili e complesse problematiche sindacali, tecnologiche, ambientali e sociali – per segnalare il nuovo orizzonte societario in cui si sono collocati da quel giorno i rapporti fra management aziendale e rappresentanze sindacali.

A quasi 59 anni dal 9 luglio 1960, quando venne posta la prima pietra della fabbrica, e a 55 dall’entrata in esercizio dei primi due altiforni (avvenuta nell’ottobre del 1964) il sito ionico è destinato a restare anche con la nuova proprietà uno dei pilastri del manifatturiero nazionale, fornitore di una buona parte dell’industria meccanica del Paese la cui sezione prevalente è localizzata al Nord, anche se quote crescenti di coils, lamiere e tubi in partenza da Taranto potranno essere destinate alle esportazioni. Questo è il primo dato da sottolineare, pur se è comprensibile che l’impianto debba integrarsi nell’assetto produttivo ed impiantistico sovranazionale dell’acquirente: in tale prospettiva è fondamentale che il Siderurgico pugliese non venga declassato, conservando l’area a caldo resa più ecosostenibile, e recuperando la produzione dell’intera gamma dei suoi beni intermedi – lamiere, tubi e coils – migliorando di questi ultimi anche la qualità così da riconquistare stabilmente clienti come ad esempio alcuni big player del settore automotive.

Investimenti per 2,4 miliardi di euro per metà tecnici e metà ambientali: il piano di rilancio passa dal rinnovo degli impianti produttivi

Gli investimenti per ammodernare i cicli produttivi e migliorarne l’ecosostenibilità – pari in totale a 2.393 milioni di euro, divisi fra 1.256 milioni in investimenti tecnici e 1.137 in quelli ambientali – sono stati avviati mentre prosegue la copertura dei parchi minerali realizzata dalla Cimolai, iniziata già dalla precedente gestione commissariale, mentre ci si potrebbe preparare a sperimentare anche l’impiego del preridotto di ferro, una volta superati però (come stabilito al Mise) gli otto milioni di tonnellate prodotte, sia utilizzandolo negli attuali altiforni e sia in uno o più forni elettrici eventualmente da installare, previa accurata verifica dei costi del gas necessario per produrre il preridotto, e soprattutto dei tempi per il break even degli ingenti investimenti prevedibili per tale ipotesi.

Gli 8.200 dipendenti, che dal 1° novembre erano stati distaccati  dall’Amministrazione straordinaria, dal 1° gennaio sono stati assunti dalla nuova proprietà e sono così suddivisi: 717 addetti ad altiforni e sinterizzazione, 1.312 nelle centrali di manutenzione e dei pezzi di ricambio, 424 nell’area cokerie, 164 nel facility management, 366 a materie prime e porto, 57 ai servizi ecologici, 1.607 nell’acciaieria, 509 alla laminazione a freddo e 616 ai prodotti piatti e ai tubi; ad essi poi devono essere aggiunti fra gli altri impiegati e dirigenti.

È stato apprezzato che i nuovi manager, chiamati a guidare l’enorme impianto, abbiano voluto iniziare a conoscerne tutti gli occupati perché gli operai, i tecnici, i quadri, gli impiegati e i dirigenti riassunti dalla nuova gestione, negli ultimi anni hanno assicurato ogni giorno con grandi sacrifici il funzionamento della fabbrica, duramente stressata sotto ogni profilo dalle vicende giudiziarie avviatesi dal 26 luglio del 2012: e pertanto, oggi e per i prossimi anni, saranno ancora loro se ben motivati a far funzionare al meglio con la loro professionalità la prima fabbrica siderurgica a ciclo integrale d’Europa.

Un aspetto complesso da gestire riguarda i rapporti con il territorio e le istituzioni cittadine e regionali, compreso il mondo della scuola

Fondato su esclusive logiche di mercato inoltre è il rapporto avviato dal nuovo management non solo con il vasto sistema delle aziende dell’indotto tarantino, ma anche di quello nazionale presente nell’area, imprese che hanno salutato positivamente la definitiva aggiudicazione del Gruppo Ilva ad Arcelor, dopo l’accordo al Mise del settembre scorso, perché ciò ha significato l’atteso superamento di una situazione di incertezza che era divenuta ormai insostenibile per tutti.

Ora, se da un lato l’Ufficio acquisti della multinazionale indiana dovrà comprendere sino in fondo che un sito come quello tarantino è ben conosciuto dalla imprese impiantistiche (locali e non) che vi lavorano da molti anni, è altrettanto vero che queste stesse aziende dovranno migliorare ulteriormente gli standard di qualità e di prezzo sia delle loro prestazioni interne allo stabilimento e sia delle lavorazioni di supporto eseguite in capannoni esterni ad esso, concentrati in alcuni Comuni dell’hinterland, come ad esempio quello di Massafra, le cui costruzioni meccaniche pesanti sono in larga parte alimentate dalla domanda del Siderurgico. In tale prospettiva sarebbe auspicabile che si costituisse un consorzio di impiantisti locali, partecipato se del caso anche da imprese straniere, per qualificare l’offerta complessiva di prestazioni che però dovrebbero guardare sempre di più anche ad altri committenti italiani ed esteri: insomma, non si può vivere solo delle commesse locali di Arcelor.

In realtà aziende come Comes, Modomec, Stoma group, Serveco, solo per citarne alcune, già hanno diversificato da tempo i loro mercati, acquisendo commesse anche all’estero. Certo, lavorare per il primo produttore di acciaio al mondo nella più grande fabbrica siderurgica europea è un titolo di merito, ma Arcelor Mittal ha dimensioni di mercato e di subforniture di livello internazionale e con quelle dimensioni bisognerà cimentarsi anche nell’indotto tarantino. 

Altro aspetto complesso che la nuova gestione ha valutato con attenzione è quello del rapporto da stabilire con le Istituzioni cittadine e regionali, con il mondo della scuola e dell’Università e con le rappresentanze della società civile, che siano naturalmente disponibili a confronti costruttivi.

I nuovi gestori comunque sono sempre disponibili al dialogo con il territorio e i suoi rappresentanti che, a loro volta, devono comprendere che la conduzione di una fabbrica di quelle dimensioni, chiamata a competere ogni giorno in Europa e nel mondo, non è assimilabile a quella di un club culturale preposto solo ad alimentare dibattiti inconcludenti.

Taranto oggi è ad un bivio, la grande partita per il rilancio competitivo ed ecosostenibile dell’Acciaieria si può vincere a condizione che tutti – azienda, sindacati, Istituzioni e società civile – abbiano piena consapevolezza di cosa significhi questo in termini di comportamenti individuali e collettivi. Equilibrio, saggezza, trasparenza e lungimiranza da parte di tutti dovranno essere gli ingredienti necessari per scrivere una nuova pagina di storia industriale a Taranto, in Puglia, nel Mezzogiorno e nel Paese.