Si produce di più (e meglio) lavorando di meno

Recuperare un autentico atteggiamento solidale, più efficace di quello competitivo come dimostrato da Darwin, praticato da Adriano Olivetti e ribadito dal guru del management Peter Drucker. È la ricetta controcorrente del sociologo Domenico De Masi per recuperare fiducia, un bene prezioso di cui le imprese italiane sono carenti. Per De Masi si deve abbandonare l’idea che la soluzione sia lavorare di più: al contrario, lavorare di meno fa aumentare la produttività, come Ford aveva capito già negli anni Venti del secolo scorso. «Certo sapere che si produce di più con meno lavoro per me napoletano è una splendida notizia, per i milanesi una coltellata al cuore…» aggiunge da par suo il sociologo. Lo abbiamo intervistato a margine della 35esima edizione di Linkontro, l’appuntamento annuale di Nielsen dedicato alla business community del largo consumo, dal titolo “Build Trust. Rigenerare fiducia per guardare lontano”.

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La mancanza di fiducia delle imprese è un problema legato a dati oggettivi oppure dipende dal clima e dal loro stesso atteggiamento?

Oggettiva è la cultura dell’impresa, prevalentemente liberista. Nelle prime pagine della Ricchezza delle Nazioni, Adam Smith ha scritto la celebre frase: «Non è dalla benevolenza del macellaio, del birraio o del fornaio che ci aspettiamo il nostro pranzo, ma dalla cura che essi hanno per il proprio interesse. Non ci rivolgiamo alla loro umanità ma al loro interesse personale». Il pranzo dunque non viene dalla generosità, ma da due egoismi. Tutta l’ideologia liberale è impiantata sull’egoismo, sull’incontro tra un consumatore che vuole spendere poco e un produttore che vuole guadagnare molto. Ma come due egoismi possano diventare un equilibrio Smith non lo sa, si affida al miracolo del mercato, alla soluzione teologica della mano invisibile. Siccome le aziende hanno fatto proprio il modello liberista è ovvio che non abbiano fiducia, sotto sotto sono egoiste. Inoltre sono più potenti del consumatore, e il meccanismo della pubblicità provoca in loro il sano sospetto che ci sia un’equipe di specialisti pagati per fregarli, che sia ingannevole perché esagera i pregi e nasconde i difetti del prodotto. Questo genera ulteriore sfiducia.

Ma non esiste un motivo specifico che porta le imprese italiane a essere sfiduciate?

Non capisco prché l’impresa italiana abbia mutuato il credo liberista pur essendo impregnata di cattolicesimo solidarista, e di cultura mediterranea, quindi portata alla solidarietà. Anche perché se confronti un atteggiamento basato sulla solidarietà a una che si affida alla competitività, è molto più efficace il primo. Darwin ha spiegato che sopravvivono i branchi solidali, non quelli aggressivi.

Secondo il guru del management Peter Drucker, il motore dell’impresa contemporanea è la motivazione, non il controllo

Eppure ci sono tante storie d’impresa basate sulla competitività, non sulla solidarietà. Altrimenti si scoprirebbe che vanno meglio le imprese solidali. Peter Drucker, grande guru del management, verso la fine della sua vita si è messo a studiare le società no profit, ed è giunto alla conclusione che il motore dell’impresa contemporanea è la motivazione, non il controllo come per quelle precedenti. E dove si è più motivati? Nelle organizzazioni no profit. Drucker ha analizzato le Ong che lavorano in Africa o nelle zone colpite da calamità naturali, ha visto che motivano attraverso valori solidali mentre le imprese tradizionali hanno valori conflittuali. Il limite delle no profit è la durata della motivazione, che tende a essere breve: i volontari che accorrono dopo un terremoto dopo un anno tendono a smettere.

Oliviero Toscani, proprio qui a Linkontro Nielsen, ha affermato: «La fiducia è la cosa più preziosa, ma per dare fiducia ci vuole generosità».

La generosità è esclusa dall’impresa. Ora si è messa a fare welfare solidale perché rende, dà 10 perché le torni 20. L’unico imprenditore ad avere avuto un’altra mentalità è stato Adriano Olivetti, che aveva concepito l’organizzazione aziendale e non solo in modo completamente diverso. Ma la sua eredità si è totalmente persa subito dopo la sua fine. Fin quando l’Olivetti è stata solidale ha avuto successi enormi, al momento della morte di Adriano nel 1960 l’anno precedente aveva aumentato del 30% le vendite in Italia e del 40% negli Stati Uniti, aveva aumentato di 10 punti percentuali i dividendi. E allo stesso tempo aveva creato una scuola, degli asili, il che era la dimostrazione che avrebbe scardinato il capitalismo italiano: forse saremmo stati il primo Paese in assoluto a sperimentare una forma di socialismo capitalistico. Non saremo mai grati abbastanza a Adriano Olivetti, gli altri sono pigmei al suo cospetto, perfino Enrico Mattei, che aveva una visione solo aziendalistica, mentre quella di Olivetti era a 360 gradi, teorizzava una comunità che doveva essere retta da un team costituito da industriali, intellettuali e politici.

Cosa devono fare le imprese per dare fiducia?

Sono giudicate soprattutto sul lavoro. Un tema sul quale circolano un po’ di fake news. Una di queste: per aumentare il lavoro ci vuole la crescita. Non è così. Con l’introduzione delle macchine tessili, poi di quelle elettromeccaniche, si aveva un calo dell’occupazione, ma subito dopo una ripresa. Ci rimettevano cavalli e cocchieri, ma poi nascevano capostazioni e ferrovieri. Ma dagli anni ‘70 è arrivata la tecnologia digitale che ha una logica completamente diversa. I prodotti Apple sono engineered in California da poche migliaia di persone, ma assembled in China. Una fabbrichetta bresciana di bancomat ha tolto lavoro a 5mila cassieri. L’intelligenza artificiale applicata alle macchine meccaniche ha tolto lavoro agli operai, poi è stato il turno degli impiegati, ora lo sta togliendo anche a professionisti e manager. Le macchine distruggono posti di lavoro, l’uomo ha imparato a produrre con meno lavoro umano.

In Germania si lavora 1400 ore l’anno, in Italia 1800: produciamo il 20% in meno del pil, con una produttività inferiore del 26% causa dei manager

Come se ne esce?

Prima di tutto si deve lavorare meno. Ci vuole più tempo libero. Nei Paesi protestanti alle 17 escono dall’ufficio, in Italia escono le donne e restano gli uomini. I maschi restano in ufficio per sfiducia della famiglia, il che crea una finta fiducia nel lavoro. Ma la verità è che laddove si lavora meno si produce di più. In Germania si lavora 1400 ore all’anno, in Italia 1800 ore. Con 400 ore in più produciamo il 20% in meno del Pil, e abbiamo una produttività inferiore del 26%. Prima o poi questo 26% produttività in meno sarà addebitato ai manager italiani, che tolgono lavoro a 65mila giovani: non un merito, ma un crimine. In Germania, poi, i lavoratori stanno nei cda, possono incidere sull’organizzazione e sul parco tecnologico. In Italia sono esclusi, tutta la responsabilità è dei padroni. Questo è l’altro motivo principale per cui siamo meno produttivi. Ma l’idea che si deve lavorare di più è sbagliata, più si lavora meno si è produttivi. Non c’è dubbio su questo, lo si è scoperto fin dagli anni venti con fior fiore di ricerche. Per questo Ford fu il primo a passare alle 8 ore nelle sue fabbriche. Ma i nostri manager si autoilludono che il problema consista nel lavorare il più possibile. Hanno una visione del lavoro come fatto frenetico. Invece di cavalieri sereni su cavalli imbizzarriti, abbiamo manager imbizzarriti su cavalli sereni…

Crede che in Italia ci sia un problema di impreparazione dei manager?

Pensare che più lavori più produci è una bestialità assoluta. L’impreparazione della managerialità italiana è dimostrata dal fatto che in 10 anni sono state chiuse tutte le principali scuole di management. La Fiat ha chiuso quella di Marentino, che era una grande scuola. L’Ibm quella di Novedrate, l’Eni Castel Gandolfo, Telecom la Reiss Romoli. E sa perché? Costavano troppo. Se c’è una cosa che non costava niente è quella… A un certo punto le imprese sono state prese dall’idea che i manager potessero formarsi da soli. Olivetti faceva un anno di formazione, oggi li assumono e il giorno stesso li mettono a fare cose importanti. Così cala la produttività. Tanto più che in Italia, dove a differenza della Germania i lavoratori sono esclusi dalle decisioni, i manager hanno più responsabilità e dovrebbero essere più preparati.

Che consiglio si sente di dare ai manager italiani?

Eraclito diceva che è nel mutamento che le cose si riposano. Ho sempre provato a esercitarmi a sentirmi riposato nel mutamento, sono più infastidito dalle cose che restano sempre uguali che dal mutamento. L’intelligenza artificiale sta preparando un futuro migliore del passato. Per essere preparati bisogna sentirsi continuamente in trasformazione rispetto al mondo che cambia, se dipendesse da me non sarei mai maturo né nelle idee né nello stile, sarei sempre incompiuto e sperimentale. Il mutamento come fatto riposante invece che stressante, sentendosi sempre sperimentali, rende felici.