Se perfino i “giornaloni” – come li chiama con il consueto sarcasmo Marco Travaglio! – avanzano qualche dubbio sulla simpatica tendenza che le aziende stanno (comprensibilmente) assumendo, ossia adottare sistemi di intelligenza artificiale “agentica” per tagliare via grosse fette di personale, ci sarebbe da meravigliarsi che la leader del Pd (e della sinistra italiana) Elly Schlein e Maurizio Landini, capo del sindacato “organico” al Pd, non ne abbiano fatto parola.
Ma ci sarebbe da meravigliarsi se non si tenesse presente che la Schlein si occupa di tutto, preferibilmente dei diritti civili, ma non ha mai visto un operaio; e Landini ne ha visti tanti, ma è rimasto a trent’anni fa e se ne sta lì a discettare di salario minimo senza rendersi conto che una metà del mondo sta già lavorando per il “salario zero”.
E già: per quanto i tecno-ottimisti non lo ammettano, l’intelligenza artificiale è una meravigliosa bacchetta magica che in certi settori permette, comprando i sistemi giusti e qualche aggeggio speciale per farli funzionare, di fare completamente a meno dell’attività delle persone umane. Attenzione: farne a meno significa farne a meno, non ridurne la presenza. I telai meccanici sostituirono quelli manuali e indussero una decimazione del relativo personale perché, a parità di produzione, dove prima lavoravano in dieci bastava che lavorassero in due. Con l’AI non serve nessuno.
Cinque anni fa Bill Gates, ancora immune dal contagio Epstein e quindi all’apice della credibilità, in un’intervista al New York Times disse che sarebbe presto stata necessaria “una tassa sui robot”. Nessuno riprese questa sua valutazione, tantomeno dalle parti del Pd e della Cgil. Oggi quel che sta succedendo sotto i nostri occhi è proprio quella roba là: sempre che si possa, un’impresa cerca di attivare (pardon: si dice “implementare”! per far capire meno) l’intelligenza artificiale proprio allo scopo di fare a meno del personale. Non “anche” a questo scopo, ma “proprio” a questo scopo.
Già perché se uno, grazie ai robot o all’AI, aumenta la produttività e produce di più – e magari anche meglio – a parità di lavoratori, bene: ma poi deve anche venderla a qualcuno questa produzione incrementale. Se invece uno continua a produrre quel che ha sempre prodotto ma con la metà, o un quarto, o un 5% del personale che doveva pagare prima, ecco che s’intasca la differenza.
È chiaro, ’sto fatto? A Elly e Maurizio non è dato sapere. A Pedro Sánchez, primo ministro spagnolo, è chiarissimo. E la “sua” ministra della Sanità, Monica García, ha annunciato ufficialmente che il governo di Madrid sta studiando una tassa sui robot. Anzi, no: “Vogliamo mettere le tasse – ha detto – non sui robot, ma sulla tecnologia che sta sostituendo il modello di redistribuzione della ricchezza e della forza lavoro che avevamo costruito”, ha spiegato la ministra. Secondo la quale l’automazione da AI sta sbriciolando interi ceti professionali senza dare nulla in cambio alla collettività.
Invece, secondo la ministra del Lavoro spagnola Yolanda Díaz, bisogna che “le imprese dell’IA contribuiscano fiscalmente al finanziamento di un fondo di adattamento ai cambiamenti che lo sviluppo tecnologico implica per il mondo del lavoro”. Perché la transizione digitale deve diventare “una questione di giustizia sociale”.
Nel mirino – e vivaddio – ci sono soprattutto le multinazionali tecnologiche, per le quali García ha coniato un soprannome agghiacciante: “aziende tecnofeudali”.
Fine del parallelo. A Madrid ci sono questi dibattiti al massimo livello. Fate invece una ricerca su Google con “Elly Schlein e AI” e “Maurizio Landini e AI” e vedete se trovate qualcosa. Oh be’: da domani magari sì. A copiare, con l’AI, si fa in fretta…
















