«La competitività di una nazione si misura dalla produttività con cui utilizza le risorse» scrive Porter da Harvard. Solow e Krugman, premi Nobel, dimostrano che la crescita è determinata dalla produttività totale dei fattori (lavoro e capitale) e che la loro produttività e costo sono alla base dei risultati commerciali di un sistema manifatturiero. Kaldor correla la crescita della produttività a quella delle esportazioni e della competitività sui mercati globali. Quattro teorie per accorgersi che la crescita economica del nostro Paese è a rischio. Infatti il Pil negli ultimi 3 anni cresce dello 0,6% (‘23-24) e 0,4% (stima ‘25), la metà del 1.26% medio nel decennio pre Covid (Istat). Guardiamo questi dati. La produttività totale dei fattori misurata in termini di Valore Aggiunto per ora lavorata è rimasta stabile in 30 anni (Istat 1995-24). Il costo orario medio del lavoro in Italia è circa 30€, rispetto a 9-13€ nell’est Europa, 5-9€ in Turchia, circa 7€ in Cina, meno di 2€ in Vietnam. In un contesto con ampie fasce di lavoratori sotto-retribuiti e l’aumento del costo della vita, sarebbe socialmente ingiusto intervenire sulle retribuzioni. Resta l’opportunità di ridurre gli oneri accessori, considerato che l’Italia è il secondo fra 36 Paesi Europei per incidenza dei contributi datoriali sul salario lordo (58.8%) e l’ultimo nel rapporto tra “netto in busta” e costo totale del lavoro (40.7%). Una combinazione micidiale perché penalizza sia la competitività di costo dei prodotti sia i consumi delle famiglie. Non a caso il contributo al Pil della spesa delle famiglie è diminuito di 3.5 punti in 10 anni (Censis, 2011-21).

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Sul fronte dei costi è inoltre da ricordare che il prezzo medio dell’elettricità per l’industria in Italia è più elevato della media UE del 26%, +30% sulla Germania e +45% sulla Francia. Anche perché da noi imposte e accise pesano il 37% del costo totale. Le esportazioni – motore della crescita – negli ultimi tre anni stagnano (-0.2%, Ice ‘22-24) ed ora devono affrontare la sfida dei dazi Usa. Rispetto a questi punti servono quattro interventi per la crescita: 1. supporti alla digitalizzazione dei processi per il recupero di produttività; 2. riduzione del cuneo fiscale per restituire capacità di spesa ai lavoratori dipendenti e alleggerire la pressione contrattuale sul costo del lavoro; 3. sdoppiamento e defiscalizzazione dei prezzi dell’energia; 4. incentivi fiscali agli esportatori. La legge di bilancio 2026, madre della politica industriale, risponderà a queste istanze? Per ora non sembra. Di Vico dal Corriere parla di «incapacità nel muovere le leve della crescita». Ma vediamo l’esito dell’iter parlamentare e riprenderemo il tema al prossimo appuntamento su NotePad.