Salario minimo in Europa

In Europa l’hanno ipotizzato, il ministro del lavoro Andrea Orlando l’ha detto senza mezzi termini: il salario minimo non arriverà prima di due anni. Eppure c’è già chi come Unimpresa teme possa diventare una “spinta” a ricorrere al “sommerso”. Al contrario l’ex ministro del lavoro Cesare Damiano, in un’intervista rilasciata a Italpress plaude alla norma, come un viatico per l’emersione del lavoro nero.

In quasi tutti contratti collettivi il salario minimo c’è

Sul totale dei 27 contratti collettivi nazionali di lavoro sottoscritti da Unimpresa e attualmente in vigore si registrano livelli di salario minimo in appena quattro casi. Oltre l’85% dei contratti firmati da Unimpresa stabilisce una paga oraria superiore a 9 euro. Più in generale, i contratti collettivi presenti nell’archivio Inps per i dipendenti de settore privato hanno un livello di copertura elevato: riguardano, infatti, un totale di 1,5 milioni di datori di lavoro, pari al 99% delle aziende presenti in Italia, e di 14,7 milioni di lavoratori, pari al 97,6% della forza lavoro impiegata nel settore privato. È quanto emerge da un documento di Unimpresa sul salario minimo, secondo il quale a qualunque livello fosse fissato, un salario minimo in Italia inciderebbe, in misura particolare, sulle piccole e piccolissime imprese del Mezzogiorno; con conseguenze che non è difficile immaginare: riduzione di manodopera oppure, in alternativa, ulteriore ricorso al “sommerso”.

«A maggior ragione, in un Paese come l’Italia, in cui persistono fenomeni degenerativi cui pare impossibile riuscire a porre freni – i più alti indici, tra i paesi dell’UE, di evasione fiscale, contributiva e lavoro sommerso – l’eventuale determinazione di un salario legale troppo elevato correrebbe il  concreto rischio di determinare, esclusivamente, ulteriore ricorso al lavoro nero oppure grigio; senza, peraltro, produrre benefici per quelle migliaia di lavoratori con contratti ‘pirata’ o, addirittura, senza alcuna apparente garanzia contrattuale – dichiara il consigliere nazionale di Unimpresa, Marco Pepe.  -Unimpresa è contraria all’introduzione del salario minimo in Italia. Ciò perché la determinazione dei salari è rimessa alla contrattazione collettiva e il modello italiano di relazioni sindacali è caratterizzato da un elevato livello di pluralismo organizzativo per ciascun settore produttivo, sia dal lato dei lavoratori sia da quello dei datori di lavoro e abbraccia oltre il 70% della copertura contrattuale».

Secondo quanto spiega Unimpresa, il salario minimo esiste in tutti gli Stati membri: in 21 Paesi esistono salari minimi legali (l’ammontare di tale valore minimo varia in maniera significativa, da 312 euro mensili in Bulgaria a 2.142 euro mensili in Lussemburgo), mentre in 6 Stati membri (Danimarca, Italia, Cipro, Austria, Finlandia e Svezia) la protezione del salario minimo è fornita esclusivamente dai contratti collettivi.

I contratti nazionali sono una garanzia

Secondo Unimpresa il problema della retribuzione in Italia è già tutelato dai Ccnl. «Nell’ordinamento normativo italiano – spiega Unimpresa- l disciplina degli aspetti quantitativi e dei sistemi e criteri di calcolo della retribuzione è affidata alla contrattazione
collettiva che, integrata dall’autonomia individuale, comunque vincolata ai principi costituzionali di proporzionalità e sufficienza, e operante in chiave migliorativa, ne costituisce la fonte largamente preminente. La contrattazione collettiva assolve dunque al compito di garantire, soprattutto per i lavoratori professionalmente meno qualificati, un livello minimo di salario soddisfacente e dignitoso».

Tutt’altra opinione quella dell’ex ministro Cesare Damiano che spiega: «Il salario minimo, settore per settore, e non universale, basato sugli standard di contrattazione dei contratti cosiddetti ‘leader’, può aiutare a mettere fuori legge tutti quei contratti fasulli, pirata, che abbassano a dismisura il valore della retribuzione».