Riforma della giustizia penale: quale compromesso all’orizzonte?

Il 19 ottobre 2021 è entrata ufficialmente in vigore la Legge 27 settembre 2021, n. 134 recante “Delega al Governo per l’efficienza del processo penale nonché in materia di giustizia riparativa e disposizioni per la celere definizione dei procedimenti giudiziari”. Come è noto, la novella legislativa – già oggetto di un lungo periodo di travagliata gestazione parlamentare e frutto di una serrata trattativa tra le forze politiche di maggioranza – si inserisce nel più ampio quadro di riforme istituzionali previste (rectius, imposte) dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. In questo senso, appare significativo che sia stata la stessa Ministra della Giustizia, Marta Cartabia, a mettere in guardia che è proprio sul comparto Giustizia – a cui viene dedicato un apposito paragrafo nel documento del PNRR – che l’Italia si gioca la partita decisiva del rilancio, modernizzazione e ripresa del sistema-paese nel suo complesso. E infatti, l’incisività delle riforme della giustizia (penale, civile, amministrativa) costituisce un passaggio obbligato per poter beneficiare – nelle parole della Ministra – “non [dei] 2,3 mld del PNRR destinati alla giustizia, ma [dei] 191,5 miliardi destinati a tutta la rinascita economica e sociale italiana”.

Ed è altresì indubbio che nei prossimi mesi a fare da ago della bilancia nella sfida del PNRR sarà la necessità di intervenire massicciamente sui tempi di definizione dei giudizi (penali, civili, amministrativi), con lo scopo di loro avvicinamento alla media degli altri paesi europei, come peraltro ripetutamente sollecitato dalle istituzioni europee e internazionali. Un traguardo che rappresenterebbe un valido passo in avanti nell’ottica di miglioramento della competitività del sistema economico e produttivo italiano nella fase di ripresa dalla pandemia da Covid-19. Non a caso, quindi, sul versante della giustizia penale, l’ambizioso obiettivo dell’intervento di riforma – come espressamente dichiarato –  è quello di ridurre, nell’arco temporale di un quinquennio, la durata dei giudizi penali del 25%.

Venendo al testo della riforma, la novella si compone di due soli articoli: il primo, che racchiude disposizioni immediatamente precettive, che perlopiù mirano ad introdurre correttivi alla precedente riforma della prescrizione targata Bonafede, attenuando lo stop in primo grado con l’introduzione dell’improcedibilità in caso di giudizio di impugnazione (in appello e/o in cassazione) che si protragga oltre un determinato tempo limite; il secondo, invece, che conferisce una serie di deleghe al governo per rendere più efficiente il processo penale in termini di rapidità, semplificazione e digitalizzazione. Deleghe che – si badi bene – dovranno essere recepite dall’esecutivo entro un anno dall’entrata in vigore della legge.

Ora, se devono essere accolti con favore alcuni dei principi impressi nel testo della delega (fra tutti, l’ampliamento dell’organico a supporto dei magistrati, l’auspicata spinta alla digitalizzazione degli atti, l’ammodernamento della disciplina delle notificazioni, la deindicizzazione in caso di assoluzione), va però rilevato che un’altra parte del testo di legge sembra porsi in netto contrasto con le esigenze di speditezza, nonché, come recita la stessa rubrica, di celere definizione del giudizio, prevedendo ulteriori scansioni procedimentali o nuovi adempimenti cui dover ottemperare (si pensi, ad esempio, all’introduzione di un’udienza filtro pre-dibattimentale in caso di citazione diretta a giudizio), oltre ad altre previsioni che rischiano di incidere negativamente sulle garanzie dell’imputato.

Senza considerare che la riforma trascura, e così non risolve, alcuni degli storici fattori di forte criticità del sistema di giustizia penale italiano: si pensi, da un lato, alla improrogabile necessità di prevedere una robusta opera di depenalizzazione al fine di diminuire il carico dei Tribunali, che è di ostacolo ad una efficiente giustizia nel rispetto dei diritti delle parti processuali; dall’altro, all’esigenza di una uniforme applicazione del diritto sull’intero territorio nazionale, così da evitare l’attuale imprevedibilità delle decisioni, troppo spesso legate alla specificità (se non alla mera consuetudine) del singolo distretto giudiziario, o, addirittura, all’orientamento del singolo magistrato (si pensi, ad esempio, all’eterogenea e discrezionale applicazione della normativa sulla responsabilità degli enti ex d.lgs. 231/2001). Elementi, questi, che sarebbero di capitale importanza anche per l’aspirante investitore estero in Italia, il quale preferisce navigare in porti (esteri) più sicuri, al riparo da un ordinamento che finisce per non assicurare celerità delle decisioni né certezza del diritto.

*Rispettivamente partner e praticante dello Studio BonelliErede