De Luca (Gamma Capital Markets), “L'abuso di posizione dominante di Amazon per ora non spaventa i mercati”
Jeff Bezos, patron di Amazon

Diceva Totò che la morte è come una livella. Ora abbiamo la certezza che la pandemia, invece, è uno scivolo o un trampolino, che fa decollare ulteriormente gli averi dei super ricchi e affossa ancora più i poveri. Secondo l’ultimo rapporto Oxfam, infatti, la crescita di ricchezza del top-1% delle persone più ricche del mondo ha mostrato il secondo più ampio incremento su base annua del XXI secolo. Il patrimonio medio dei 10 “paperoni” più abbienti del pianeta (fa fede la lista di Forbes) è aumentato del 119% dall’inizio della pandemia, raggiungendo e superando i 1.500 miliardi di dollari di ricchezza totale, cioè sei volte il “patrimonio”, se così si può dire, del 40% della popolazione più povera al mondo. Parliamo di oltre tre miliardi di persone. E si tratta di poco meno del prodotto interno lordo dell’Italia.

Chi sono questi super ricchi? Ecco, è su questo punto che sarebbe necessario un supplemento d’indagine. Al primo posto c’è Elon Musk, il fondatore di Tesla, ma anche di SpaceX e di StarLink, assurto agli onori della cronaca perché fondatore anche di PayPal, poi rivenduta a colpi di miliardi. La sua marca di automobili del futuro – con sistemi di guida autonoma che, però, qualche problemino lo stanno dando – vende meno di un milione di vetture all’anno eppure vale molto più di tutte le altre marche auto messe insieme. Nelle prime dieci posizioni complessive, sette sono occupate da imprenditori che hanno il loro business principale su internet o nel mondo virtuale.

L’identikit dei paperoni

Esulano da questa logica, oltre allo stesso Musk – che pure deve molto all’ecosistema della Silicon ValleyBernard Arnault e famiglia (poco meno di 190 miliardi di dollari di patrimonio), padroni del marchio Lvmh che fa incetta di marchi di lusso; e l’oracolo di Omaha Warren Buffett, che a 91 anni non ha alcuna intenzione di abdicare. Per il resto il mondo di internet e dei computer la fa da padrone con (in rigoroso ordine di ricchezza), Jeff Bezos, Bill Gates, Larry Ellison (Oracle), Larry Page (Google), Mark Zuckerberg (Facebook), Sergej Brin (Google) e Steve Ballmer (Microsoft). Da notare che quest’ultimo, ceo di Redmond fino all’avvento di Satya Nadella, è l’unico della top 10 a non superare la quota dei 100 miliardi di patrimonio. Ora, sarebbe fin troppo facile fare la morale, dire che la distribuzione delle ricchezze dovrebbe essere più equa, che non è pensabile che l’incremento di ricchezza di Bezos dall’inizio della pandemia avrebbe permesso di completare tre cicli vaccinali con Pfizer contro il Covid (sempre fonte Oxfam) per ogni singolo abitante della Terra.

No, il punto è che si sta creando un ecosistema parallelo in cui questi padroni dalla faccia pulita, che non sembrano usare modi rudi come un Henry Ford qualsiasi, ma che condizionano le nostre vite in maniera dirimente, non stanno trovando ostacoli nella loro costruzione di un valore ipotetico. Drenando risorse, cambiando definitivamente equilibri che resistevano da decenni. È un po’ come il cambiamento climatico e l’intervento dell’uomo: la Silicon Valley, affascinante Mecca dell’innovazione, ha reso ancora più esponenziale la differenza tra i super ricchi e gli altri. Oltretutto, nella maggior parte dei casi senza rischio d’impresa.

Non c’è merito imprenditoriale

Perché un Mark Zuckerberg che nella sua cameretta di Harvard progetta un software per mettere a confronto ragazzi e ragazze del campus e in un battito di ciglia si ritrova multimiliardario non sta facendo nulla di clamoroso, non sta inventando la ruota ma non sta neanche investendo il denaro dei correntisti. Oggi Facebook, Google e Amazon assommano l’80% della pubblicità internet in Italia. Per questo le sanzioni che vengono irrogate dalle autorità non li tangono minimamente.

Tra l’altro, ad Amazon va almeno riconosciuto il merito di avere un business model efficace ed efficiente, un motore predittivo che suggerisce che cosa acquistare e un sistema di logistica di grande livello. Ma Facebook?

Donald Trump non sarà certo ricordato come uno dei presidenti più illuminati della storia (è un eufemismo…), però su una cosa aveva ragione: i colossi di internet dovrebbero essere divisi, smantellati, fatti a spezzatino. In Europa ci preoccupiamo dell’Antitrust, degli incumbent, passiamo al setaccio il ruolo – ad esempio – di Cdp in Tim e Open Fiber per scongiurare conflitti d’interesse e non ci accorgiamo che abbiamo delegato parte della nostra sovranità a giganti talmente enormi che non solo non possono cadere, ma possono soltanto crescere ulteriormente. Ma fino a quando è giusto stare a guardare?

La direttrice di Oxfam International, Gabriela Bucher, formula una proposta concreta e provocatoria: una tassa una tantum del 99% sui guadagni da pandemia dei dieci “paperoni”. L’incasso sarebbe stratosferico: 800 miliardi di dollari. Una cifra sufficiente, ragiona Bucher, per «vaccinare il mondo intero» e garantire un accesso alla sanità a chiunque. Non succederà, purtroppo, ma certo sarebbe un bel modo per raddrizzare tante storture.