Quale Dignità, sul gioco il decreto è un aiuto di Stato per pochi
Niklas Lindahl, country manager leovegas italia

«Il Decreto Dignità è un aiuto di Stato da parte del governo nei confronti di 10 operatori del settore, che penalizza i player più piccoli». Niklas Lindahl, Country Manager di LeoVegas Italia (un operatore di gioco digitale che ha ricevuto negli anni svariati premi, non ultimo lo “Sports Betting Operator of the Year”, EGR Nordic Awards), è uno svedese gentile dal piglio deciso. Ritiene che la società che rappresenta sia stata danneggiata – e tanto – dall’attuale esecutivo e per questo ha deciso di  presentare due ricorsi alla Commissione Europea perché analizzi il provvedimento del governo. Oggetto del contendere, soprattutto, il divieto di pubblicizzare le attività delle scommesse, un provvedimento che rischia di minare l’attività soprattutto dei più piccoli, mantenendo invece invariato il business dei “giganti”.

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Il primo documento inviato alla Commissione è del 20 luglio scorso e riguarda la possibilità che la prima legge approvata dal nuovo governo violi la libera circolazione all’interno dell’Unione Europea di beni e servizi. Questo perché viene imposto un blocco totale della pubblicità del gioco che però potrebbe limitare la possibilità, per le persone che svolgono tale attività, di farsi conoscere dalla loro potenziale clientela e di promuovere i propri servizi al pubblico.

Lindahl, country manager Leovegas: «Non crediamo nella malafede del governo, ma mi sarei aspettato analoga severità anche con il gioco offline, che è responsabile del maggior numero di casi di ludopatia»

Il secondo reclamo, invece, riguarda la possibilità che l’Italia abbia introdotto aiuti di stato verso dieci operatori del settore tramite il Decreto Dignità. «Non pensiamo – ci spiega Lindahl – che ci sia del dolo nell’azione dell’esecutivo. Riteniamo però che questo provvedimento dia vantaggio ai grandi player, che detengono una quota di mercato del 60% e che sono già consolidati, e rende impossibile per i nuovi operatori guadagnarsi nuove quote di mercato perché impone uno stop al marketing».

La ratio del Decreto Dignità è che il gioco online sia meno facilmente controllabile rispetto a quello “fisico” composto da slot, scommesse e gratta e vinci. «In realtà – continua Lindahl – è esattamente il contrario. Si è scelto di andare a colpire solo una parte del settore dei giochi anche se è quello maggiormente controllato e in cui mediamente si spende meno. Secondo l’Osservatorio del Politecnico, per esempio, un giocatore spende meno di 10 euro al mese. Inoltre, uno studio dell’Istituto Superiore di Sanitò ha dichiarato che non c’è alcuna correlazione tra pubblicità online e insorgenza delle ludopatie. Si è scelto di colpire solamente l’online, ma la misur aggredisce un bersaglio piccolo e controllato come il gioco online mentre non scalfisce minimamente le slot machine. Mi sarei aspettato che si utilizzasse analoga durezza sia per l’online che per l’offline, magari introducendo una tessere del giocatore». A leggere i numeri, in effetti, non sembra che la ludopatia sia causata soprattutto dall’online: nel 2017 sono stati spesi complessivamente 101,85 miliardi di euro nel settore dei giochi. Il 51% è stato impiegato nelle slot machine di bar e tabacchi, mentre la spesa all’online è andato il 7% del totale. Un giocatore “virtuale” spende mediamente 10 euro al mese, contro gli oltre 400 della media nazionale se si considerano tutti i tipi di gioco d’azzardo. Infine, se è vero che in Italia permane un problema legato al gioco patologico – con forti costi sociali, visto che un dipendente dal gioco d’azzardo costa in media 38mila euro all’anno allo Stato – lo è altrettanto che il nostro paese non è tra quelli in cui si gioca di più. Il Belpaese, infatti, si colloca al quinto posto nella classifica europea per percentuale di cittadini che hanno giocato almeno una volta all’anno.