Diceva l’Avvocato Agnelli – grande epigrammista naturale, tra le altre doti – che “il padrone di un’azienda è chi ne nomina i manager”. Ma non aggiungeva che non è detto che li sappia sempre scegliere.

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L’Avvocato, per lo più, ha dimostrato nella sua lunga carriera da proprietario non gestore dell’impero Agnelli di aver mediamente saputo individuare dei bravi manager. Il nipote dell’Avvocato, John Elkann, non solo ha dimostrato di non avere gran fiuto nella scelta dei manager, ma ha complicato le cose ingerendosi spesso nella gestione. Sono celebri le sue scorrerie nella conduzione dei giornali partecipati dalla sua Exor, come quando pretese – naturalmente invano – il licenziamento di un bravissimo direttore di una testata Rcs che aveva pubblicato la notizia della causa intentatagli dalla madre Margherita; o quando sbraitava invocando l’inverosimile censura, da parte di un quotidiano da lui controllato, su una delle notizie imbarazzanti per il (pur intelligente e capace) fratello Lapo, peraltro già nota a tutti gli italiani attraverso radio e tv.

Ma l’editoria – dal quale oggi John Elkann sta uscendo, almeno in Italia, con la cessione del gruppo Gedi-Repubblica – non è stato l’unico banco di prova della sua tendenza ad essere un Re Mida al contrario, ossia rovinare ogni cosa che tocca. Una xylella del business. Occhio: un paio di colpacci finanziari li ha messi a segno: comprando bene e vendendo meglio. Ma di gestire, non se ne parla proprio.

Il calvario di Stellantis, nella quale inopinatamente l’Exor di Elkann detiene tuttora la singola maggior quota azionaria, è lì a ricordarlo. Da Termini Imerese a Mirafiori, la Stellantis di oggi in Italia è una pallida replica di quella che era. La fusione di Fca con Psa, e appunto la nascita di Stellantis, ha ridimensionato il ruolo italiano sia sul fronte della produzione che della governance, senza però indurre nemmeno Elkann a uscirsene alla catichella, probabilmente per la pretesa di ricavare da un’eventale uscita più soldi del possibile.

Anche le sortite in campi adiacenti, ad esempio il rilancio di Alitalia con Ethiad, sono spesso andate a ramengo. La Juventus – gioiello della corona Agnelli-Elkann – è andata male in tutti i sensi, almeno dal 2019 al 2023. La Ferrari va male. La Rcs – quando Elkann vi aveva ruolo – perdeva soldi e moriva di debiti. E la Gedi… be’, la Gedi è attualità.

Ossia: il 23 aprile del 2020 (oltretutto, ancora in pieno lockdown anti-Covid) Elkann decise di acquistare dalla Cir degli eredi di Carlo De Benedetti il controllo della Gedi, casa editrice di La Repubblica, dell’Espresso e di una quindicina di quotidiani locali, oltre che di un paio di radio. Pagò oltre 102 milioni di euro per un’azienda in grave crisi, consapevole – si suppone – che lo fosse. Al punto che i figli dell’Ingegnere non avevano creduto ai loro occhi nell’essere riusciti a disfarsene. Perché Elkann aveva acquistato? Così, per non morire? Perché non aveva niente da fare? Come nelle canzoni? Forse. O forse per aggiungere alla sua “Stampa” una testata più nazionale e più tradizionalmente aggressiva che potesse – sempre forse, ma sono le solite illazioni giornalistiche – essere uno strumento di mediazione e contropartita col governo in quella crisi Stellantis in Italia che ovviamente non sapeva come (né in fondo gli importava di) risanare.

E adesso perché vende? Perché l’azienda è stata gestita malissimo, dalla squadra che ha nominato lui. Ha cumulato 235 milioni di perdite in 4 anni. La vendita a terzi dei giornali locali (buon per loro, forse si salveranno) non è bastata a invertire la rotta. La Repubblica, giornale veramente glorioso, ha perso terreno sia in edicola che sul web.

Negli stessi anni in cui Urbano Cairo – nipote di suo nonno, non dell’imprenditore più importante d’Italia e a lungo il più ricco – non solo gestiva alla grande La7 ma soprattutto riusciva a rilanciare il gruppo Rcs, risanandone l’enorme debito che vi aveva trovato acquisendolo, circa 500 milioni, e senza tagliare posti di lavoro…in quegli stessi anni, la proprietà Elkann lasciava evaporare l’enorme valore del gruppo Repubblica. Un genio, Cairo? Sicuramente uno bravo, padrone in casa sua, imprenditore e non staccatore di cedole, e soprattutto efficiente ed efficace nella gestione.

Ecco: se la storia insegnasse qualcosa, ci vorrebbe un Cairo per gestire Stellantis, visto che nel segno di Elkann non pare facilissimo che il gruppone nel quale è confluita la Fiat possa risalire la china. Cairo e quelli come lui le aziende le risanano. Elkann e quelli come lui no. Anzi. Speriamo che i soci francesi se ne rendano conto. Non infilino la loro grandeur in un tombino torinese.

Ma non va trascurata la curiosa dinamica della probabile vendita de La Repubblica al Gruppo Antena dell’imprenditore greco (soprattutto armatore) Thodoris Kyriakou, di asserita gravitazione nel centrodestra trumpiano greco. Com’è che si sono trovati il biondopallido Elkann e il mediterraneissimo Kyriakou? Sarà vero che la scelta sia stata anche ispirata dal desiderio di compiacere il governo italiano di centrodestra? Malelingue. Di sicuro, in quest’epoca di golden power, sarà divertente vedere se Meloni & C. permetteranno il passaggio di Repubblica – pallido ricordo di quel che fu ma comunque ancora quotidiano rilevante – al pretendente straniero. Vedremo.

La parabola d Elkann, intanto, è anche una metafora delle grandi differenze tra la generazione di imprenditori oggi alla guida di imprese create dai loro padri… e l’atteggiamento che ebbero questi ultimi, facendole nascere e crescere. I figli non hanno fame, non cercano una faticosa gloria se c’è possibilità di staccare un agevole dividendo o vendere in blocco a qualche tycoon o a qualche fondo. E che l’impresa si fotta.

P.S.: poiché il fisco italiano è talmente malmesso da aver torto perfino quando ha ragione, si potrebbe sorvolare sul dettaglio della bega giudiziaria occorsa a Elkann per l’evasione fiscale addebitatagli nella causa sull’eredità Fiat. Siamo in un Paese talmente decotto che un cittadino può chiedere la “messa in prova” e pagare 183 milioni di multa senza che questo implichi formalmente un’ammissione di colpa! V’immaginate non solo Elkann ma un qualsiasi cittadino che fa 183 milioni di beneficenza allo Stato, quello delle liste d’attesa di un anno in ospedale per curarsi un tumore? Difficile, vero? Ma non sia mai che si parla di ammissione di colpa.

Sta di fatto che Elkann ha pagato e la procura, come avrebbe fatto anche con qualsiasi signor Rossi (?), ha accettato di metterlo appunto ai servizi sociali per 10 mesi. E qui viene il gustosissimo. L’hanno mandato in qualche Rsa a soffiare il naso ai vecchietti? Macchè: Elkann andrà, diciamo così, a fare il “tutor e docente” presso strutture dell’Ufficio pastorale giovanile “Maria Ausiliatrice” (centri salesiani) a Torino, dove collaborerà a progetti educativi e formativi per giovani in difficoltà o a rischio di dispersione scolastica eccetera. Giù pregustano le sue lezioni, i giovani ospiti dei salesiani.

Spoiler: quando Dracula patteggerà col fisco, lo manderanno a insegnare agli infermieri dell’Avis.