social network al lavoro

«Il mondo è negli ultimi diventato più piccolo non solo per via della globalizzazione e delle migrazioni, ma della velocità e della pervasività con cui le informazioni sono trasmesse online». Per questo il conflitto in Ucraina è stato più “coinvolgente” per le popolazioni occidentali di quanto non lo sia stato quello in Yemen o in altre zone meno mediaticamente esposte. Ne è convinto Andrea Boscaro, partner di The Vortex, intervistato da Economy.

 

Boscaro, come si stanno muovendo le principali piattaforme (da Google Maps a WhatsApp e Instagram) dopo l’invasione russa?

Il conflitto in Ucraina ha visto emergere, per così dire, anche un “fronte digitale” determinato dalle scelte del governo russo e dalle relative decisioni da parte delle piattaforme digitali. Meta e Google hanno inizialmente impedito che i canali pubblici russi RT e Sputnik veicolassero le proprie informazioni sulle loro piattaforme e monetizzassero il traffico dei propri siti grazie alle soluzioni pubblicitarie disponibili. In seguito, Facebook, Instagram e Twitter sono stati bloccati in Russia e la stessa TikTok, di proprietà cinese, vi ha sospeso il caricamento di video e il servizio di live streaming. Di tutte queste iniziative, colpisce ancora di più la sospensione, in Ucraina, del traffico in tempo reale da parte di Google Maps per tutelare la sicurezza dei cittadini.
C’è davvero la possibilità della creazione di un web parallelo a Mosca?
Il progetto RuNet, una sorta di grande Intranet, è oggetto di sviluppo da parte delle istituzioni locali dal 2019 e non è ovviamente di facile implementazione tecnica. Nel frattempo però, i media digitali più diffusi in Russia sono operatori locali, dal motore di ricerca Yandex al social network VK, dai marketplace Ozon e Wildberries all’instant messenger Telegram. Occorrerà comprendere però se tali aziende, in qualche caso quotate, resisteranno agli effetti della crisi economica e finanziaria che di certo li toccherà oppure se sapranno costituire l’ossatura di un’economia digitale separata in Russia. In questo secondo caso, terminati il conflitto e ridotte le sanzioni, sarà ovviamente necessario per le imprese italiane capire come esservi presenti in modo sostenibile.
Qual è la portata della comunicazione e dell’informazione online in questo conflitto?
La guerra è sempre stata condotta anche attraverso la propaganda: i social media ne rappresentano un ulteriore campo di applicazione, vasto e granulare, in cui non stupisce il fatto che sia il Cremlino che la Casa Bianca abbiano coinvolto i tiktoker per incentivare una comunicazione funzionale ai propri obiettivi di comunicazione. E, di certo, il fatto che i social media occidentali siano stati oscurati fin dalle prime settimane di guerra in Russia ne sottolinea il ruolo centrale sia sul piano dell’informazione che della comunicazione che avrebbero potuto svolgere fra le persone che, per ragioni familiari o di lavoro, sono più in contatto fra loro che nei conflitti passati. Anche i software VPN, il cui download è esploso nei primi giorni in Russia per aggirare il blocco dei social media, sono pian piano oggetto di sospensione. Il fatto infine che i più giovani possano vivere la guerra online, senza filtri, è un tratto non trascurabile di questo conflitto e delle generazioni che si trovano a viverlo anche nel nostro Paese.

 

La maggiore “empatia” verso il popolo ucraino rispetto a tanti altri che nei decenni sono stati vittime di aggressione (dai bosniaci fino ai popoli africani) dipende dalla mediatizzazione della guerra?

Il mondo è negli ultimi diventato più piccolo non solo per via della globalizzazione e delle migrazioni, ma della velocità e della pervasività con cui le informazioni sono trasmesse online. Le capacità di comunicazione del Presidente ucraino ed addirittura i meme che il governo di questo Paese ha inteso adottare per accrescere l’efficacia della sua attività sui social media sono un ulteriore fattore di differenziazione rispetto a contemporanei conflitti, come quello in Yemen, in cui la copertura mediatica è enormemente inferiore.

 

Quale ruolo possono svolgere gli OTT nelle decisioni politiche?

Per la verità, i mesi antecedenti al conflitto hanno visto le piattaforme OTT e soprattutto i social media sul banco degli imputati per l’insufficiente contrasto svolto nei confronti delle campagne anti-vacciniste e delle iniziative di disinformazione condotte durante le più recenti tornate elettorali: dallo scandalo Cambridge Analytica in poi, la permeabilità che hanno dimostrato alla propaganda ed il peso che di conseguenza possono rivestire nella politica sono oggetti di analisi e maggiore regolamentazione. Per queste ragioni, la Commissione Europea ad esempio ha annunciato alla fine dello scorso anno una riforma organica volta ad accrescere significativamente la trasparenza delle campagne di comunicazione politica sui social media. La guerra ha però forse dimostrato che le decisioni politiche, del governo russo ad esempio, sono ancora più forti ma, proprio censurando le piattaforme, ne riconoscono del resto il ruolo di connessione fra le persone e di freno ad una informazione diretta dall’alto.