
di Giovanni Francavilla
«Lo specchio fedele di una realtà economica che mostra una forte resilienza di fronte alle turbolente oscillazioni congiunturali e a una politica che fino a oggi non ha saputo intercettare il valore del lavoro professionale nei meccanismi di crescita della nostra economia. Assistiamo infatti a una sorta di strategia difensiva da parte dei liberi professionisti che, per difficoltà oggettive o a causa di un contesto normativo poco incentivante, ritardano la ripresa del settore nel suo complesso». Il presidente di Confprofessioni, Gaetano Stella ha usato queste parole per presentare il “VII Rapporto sulle libere professioni in Italia”, curato dall’Osservatorio libere professioni di Confprofessioni, coordinato dal professor Paolo Feltrin, e presentato lo scorso 15 dicembre presso la sede del Cnel a Roma.
Alla presenza – tra gli altri – del ministro del Lavoro, Marina Elvira Calderone e del viceministro della Giustizia, Francesco Paolo Sisto, il presidente di Confprofessioni ha snocciolato i numeri di un settore in balia dell’incertezza che, tuttavia, resiste. La pandemia e un quadro geopolitico ed economico molto complesso ridisegnano infatti la geografia e le caratteristiche demografiche della popolazione professionale in Italia. A farne le spese sono soprattutto i professionisti datori di lavoro che calano di quasi il 13% soprattutto nelle regioni del Nord Ovest e del Centro; tuttavia, i saldi occupazionali si mantengono sempre in positivo, trainati dalla crescita dei contratti a tempo indeterminato.
E se la crisi colpisce soprattutto le regioni del Centro (-3,7%) e del Nord (-2,8%), nel Mezzogiorno si assiste a un aumento del 2,6% del numero di professionisti, trainato dal balzo in avanti delle donne che nello stesso periodo registrano un incremento del 4,6%. Sul piano dell’occupazione dipendente, invece, si assiste a un forte divario tra Nord e Sud. In calo anche i redditi dei professionisti iscritti alle casse di previdenza private, che segnano una flessione del 2%, con punte che arrivano fino al 6% tra avvocati, periti industriali e architetti; in controtendenza, si muovono i consulenti del lavoro che vedono incrementare i loro redditi del 26,5%. Nelle professioni ordinistiche permane tuttavia un ampio divario reddituale di genere. Ancor più preoccupanti le prospettive del mercato del lavoro negli studi professionali che non riescono più ad attrarre neolaureati, una tendenza che si incrocia pericolosamente con il declino strutturale demografico che impatta duramente sui livelli occupazionali, dove tra il 1996 e il 2021 si nota un tracollo del 46% tra i giovani under 30. «Le profonde trasformazioni in atto nel mercato del lavoro rappresentano un serio campanello di allarme per l’occupazione giovanile e, in particolare, per la libera professione che ha perso il suo appeal tra i neolaureati, ponendo una seria ipoteca sulla tenuta del sistema previdenziale, come confermano i dati del Rapporto 2022», ha sottolineato Stella. «Declino demografico, occupazione giovanile e crescita dimensionale degli studi professionali rappresentano fronti aperti sui quali la politica può e deve intervenire per rendere più attrattivo e competitivo il nostro settore». Il VII Rapporto sulle libere professioni indica una possibile strada. «La digitalizzazione e la spinta dell’automazione di molti processi lavorativi negli studi professionali rappresenta – ha affermato Stella – un importante incentivo per attrarre nuove leve nella libera professione e per accelerare il processo di cambiamento in atto negli studi professionali. Si tratta evidentemente di un’evoluzione dettata dal mercato che, tuttavia, dev’essere assecondata attraverso misure specifiche che favoriscano le aggregazioni e la crescita dimensionale degli studi, come pure da politiche di sostegno sul modello ‘Industria 4.0’ tarate sul comparto dei liberi professionisti, investendo in orientamento e formazione, anche attraverso la sperimentazione di corsi su piattaforme online».
















