Anche le professioni ordinistiche danno segnali di chiara discontinuità con il passato. Esplodono ad esempio le aggregazioni professionali, anche grazie a un framework normativo più favorevole, all’ingresso della finanza in un settore tradizionalmente autarchico e al boost originato dall’esigenza di dare risposte veloci ed efficienti ai mali che affliggono soprattutto i piccoli studi.

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A fare il punto sulla situazione reale del comparto degli operatori dei servizi professionali è M&A Studi, branch di Seac Consulting Srl specializzata nell’assistenza alle operazioni straordinarie tra studi professionali.

L’assunto da cui parte la società milanese nella sua disamina è che gli incontrovertibili numeri in crescita delle operazioni aggregative possano nascondere delle insidie, soprattutto per i più piccoli. Secondo Antonio ChimientiFounder & Partner di M&A Studi – «qualunque operazione straordinaria deve essere approcciata con metodo e ponderazione. Non deve essere frutto della disperazione o dell’improvvisazione, deve rispondere a un preciso schema e deve essere una tappa, e non solo un punto d’arrivo, di un ben congeniato piano strategico».

Se è vero infatti che, per il quarto anno consecutivo, prosegue spedito il trend di crescita a doppia cifra delle società tra professionisti (Stp) iscritte all’Odcec e che nel periodo 2021-2025 la quota di consulenti del lavoro che esercita in forma associata è passata dal 21,8 al 25,6 per cento (con punte del 38,2% nel Nord-Est), sono purtuttavia in costante aumento anche le dimensioni dei primi della classe del settore, il size medio dei deal di M&A e soprattutto la quota di capitali derivanti dalla finanza strutturata. Ci si deve dunque domandare se la “moda” delle aggregazioni per la grande maggioranza delle strutture professionali, quelle che operano con dimensioni medio-piccole (sotto i 5 addetti), rappresenti una vera opportunità piuttosto che una velata minaccia.

Ad avvalorare le suddette tendenze c’è l’aumento della propensione a costituire società tra professionisti. Secondo il dossier prodotto dalla Fondazione Studi dei Consulenti del Lavoro e  recentemente presentato alla convention nazionale di Napoli, il numero delle Stp registrate in Albo Unico ha raggiunto, nel 2025, quota 808, coinvolgendo quasi duemila CdL, pari al 7,8% del totale (fig. 1). E molte di queste nuove aggregazioni vedono l’ingresso nelle compagini societarie di professionisti appartenenti a ordini diversi (prevalentemente commercialisti).

Analoghe positive tendenze le evidenzia il Report 2025 sull’Albo dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili, oramai consueta indagine annuale a cura della Fondazione Nazionale dei Commercialisti secondo la quale nel 2024 le Stp in ambito contabile e fiscale crescono di 193 unità (+10,9%), raggiungendo quota 1.961 a fine anno (fig. 2).

Altro fattore comune a entrambe le categorie professionali in esame è l’aumento del reddito medio, tra i commercialisti cresciuto, nell’anno d’imposta 2023, del 10,1% fino a raggiungere la cifra di 80.648 euro, con un incremento annuo di 7.371 euro in media (fig. 3). Al netto dell’inflazione, la crescita è stata del 4%. Cumulando anche il dato del 23 sul 22, il reddito pro-capite  è aumentato del 18,5%. E, secondo i dati Enpacl, i volumi d’affari medi dei consulenti del lavoro sono passati da 87.332 euro del 2019 a 111.711 del 2024, con una crescita del 27,9%. Solamente nell’ultimo anno l’aumento è stato del 7,8%. Nel Nord-est, ad esempio, quasi uno Studio su due ha un segno positivo sull’andamento dei propri ricavi e tra le Stp su scala nazionale la crescita del fatturato segna un +51,4%.  Coerentemente con l’evoluzione della modalità di esercizio crescono anche le dimensioni medie degli studi. Rispetto al 2021, diminuisce la quota di CdL individuali senza collaboratori (dal 36% al 30,8%) e di contro si eleva la quota di studi con più di 3 persone (dal 35,4% al 42,5%). Il risvolto della medaglia è che le dimensioni medie degli studi professionali italiane sono ancora troppo modeste. Basti pensare che a fine 2023 solamente il 28% dei 64.000 studi di commercialisti aveva un numero di addetti superiore a 5.

Sebbene gli indicatori sin qui passati in rassegna offrano un quadro di un comparto vivace e attrattivo, ci sono altre sfide che rendono il futuro della professione decisamente incerto. Come accennato, «ancora oggi commercialisti e consulenti del lavoro – dichiara Chimienti – sperimentano un isolamento profondo, eredità naturale e persistente della loro condizione di professione protetta. Le grandi crescite richiedono corposi investimenti e un pluralismo gestionale che alimenti l’innovazione in contesti inclusivi e naturalmente inclini al cambiamento».

Infine c’è l’oramai consolidata carenza di personale qualificato, non solo nei ranghi impiegatizi ma anche tra i giovani iscritti. Sono in calo infatti anche i praticanti commercialisti (-5,7% nel 2024 rispetto al 2023), dopo che nel 2023 si era registrato un calo ancora più marcato (-8,4%). E non va meglio tra i consulenti del lavoro. Dal 2013 al 2022, infatti, la presenza dei più giovani si è decisamente assottigliata, scendendo a meno della metà: oggi gli iscritti under 35 sono 1.237 contro i 3.139 del 2013 (-61%). Se poi l’outlook lo spostiamo a livello demografico generale, non possiamo certo recuperare ottimismo visto che il saldo naturale netto della popolazione è in costante rosso dal 2007, con il tasso di natalità che inesorabilmente sprofonda.

Ma allora cosa possono fare i piccoli studi per recuperare competitività e attrattività, guardando al futuro con ritrovato ottimismo? Secondo Nicola Lepori, Founder & Partner di M&A Studi,  «servono azioni decise della politica e gli ordini devono intervenire con riforme strutturali, mentre i singoli studi devono adottare strategie mirate, investendo ad esempio in tecnologia e marketing, migliorando e automatizzando i propri processi, cambiando approccio e i propri modelli di governance e, soprattutto, aggregandosi. Solo unendo le forze sarà possibile affrontare le sfide future, attrarre giovani talenti e garantire sostenibilità, valorizzazione professionale e qualità della vita».

La finanza, storicamente assente nel settore dei servizi professionali, negli ultimi anni ha preso a sostenere operazioni aggregative. Venture capital, private equity, family office e crowdfunding si sono pesantemente affacciati tra commercialisti, consulenti del lavoro e avvocati a sostegno di operazioni di acquisizione per incorporazione, spesso veicolate da colossi internazionali o da grossi player nazionali. Non vi è alcun dubbio che sia in atto un vero e proprio «shopping» dei grandi nei confronti dei piccoli. Ci sono aggregazioni nate recentemente che in pochissimo tempo arrivano a conseguire ricavi ultramilionari e crescite in double-digit. Il modello è sempre lo stesso: comprare studi piccoli o con problematiche di continuità per mancato passaggio generazionale, più che incorporandoli diremmo fagocitandoli, svilendoli, facendo perdere completamente la loro identità e la loro dignità. L’obiettivo non dichiarato è bloccare sul nascere la crescita in chiave di sviluppo autonomo dei talenti, portandoseli in casa, blindandoli, di fatto impedendo loro di perseguire un percorso autoctono che lasci il valore aggiunto lì dove quel valore viene prodotto.

Le parole d’ordine per i piccoli studi sono allora due: resistenza, per tutti coloro che sono o saranno lusingati da finti democratici corteggiamenti dei grandi del settore; coraggio, per tutti coloro che hanno grandi qualità inespresse alle quali manca solamente di trovare la giusta collazione. Occorre dunque dotarsi di un piano, di una ricetta per la crescita e fors’anche per la semplice sopravvivenza. Una ricetta che non può prescindere dalla condivisione, dal dialogo, dalla contaminazione. I veri progetti aggregativi, quelli che aggiungono a tutti senza togliere a nessuno, non possono che partire dal piccolo e dal locale con percorsi che tendano a valorizzare le singole competenze, senza sovrapposizioni e ridondanze, che assicurino modernità ma con modelli organizzativi agili, che accrescano l’automazione senza svilire la relazione, che puntino alla massimizzazione dei ricavi ma senza minare la tipicità del rapporto fiduciario con il cliente per la quale la professione si è sempre distinta.

È importante dunque conoscere quali siano le opportunità e le minacce che si nascondono dietro un’operazione di M&A. I professionisti oggi devono essere informati, pienamente consapevoli. E devono cercare di non far da soli, facendosi supportare da professionisti esperti di crescita e aggregazioni,  allorquando si trovino a dover prendere le decisioni più importanti per la propria carriera. Solo così potranno massimizzare il valore della propria esperienza e dei propri sacrifici, qualunque sarà il percorso che andranno a intraprendere.