L’italianità non fa più breccia nei carrelli della spesa. Non bastano il tricolore sull’etichetta, il claim “100% italiano” o l’indicazione della regione di provenienza per convincere i consumatori. Lo racconta l’ultimo Osservatorio Immagino di GS1 Italy, che certifica un dato difficile da digerire: nel 2024 i prodotti che richiamano l’italianità hanno perso terreno.
A fronte di un giro d’affari da 11,6 miliardi di euro, le vendite sono salite di appena l’1,2% a valore, ma a volume hanno registrato un segno negativo dello 0,7. In pratica si spende di più, ma si compra meno. Nel frattempo, sugli scaffali avanza il prodotto estero, più competitivo sul prezzo e più conveniente per la grande distribuzione.
I prodotti con il marchio “100% italiano” hanno chiuso praticamente in stallo con un lieve +0,2% a valore, ma sono calati nei volumi venduti dell’1,5%. Ancora più in difficoltà quelli con l’indicazione “prodotto in Italia”, che hanno segnato un -1,8% a valore e un -3,6% a volume. A salvarsi, e non a caso, sono solo le Dop: +2,7% nei volumi e +5,8% nel valore, trainate da formaggi e salumi.
Il consumatore italiano, stretto tra inflazione e salari fermi, guarda più al prezzo che alla bandiera. E la GDO, che non può permettersi scaffali invenduti, riempie i banchi di prodotti esteri: più economici, più accessibili, e quindi più appetibili.
Il risultato è un paradosso. L’Italia, patria della dieta mediterranea e delle eccellenze agroalimentari, rischia di diventare un Paese che esporta qualità ma importa convenienza. Un “Made in Italy” che funziona all’estero, ma che a casa nostra perde fascino e terreno, soffocato da un mercato che preferisce il low cost straniero alla filiera nazionale.
La domanda è semplice e scomoda: fino a quando potremo permetterci di essere il Paese delle eccellenze senza riuscire a metterle davvero nei nostri carrelli?
















